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LA CATTEDRA d i S T O R I A i n
n e t w o r k
Lezione del prof.
Paolo M. Di Stefano docente di
marketing nell'Università per stranieri di
Perugia
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SETTEMBRE 2002
LA GESTIONE DEL DOPO FRA
ETICA, POLITICA E
AFFARI | |
1. Tre notizie........ L’agosto
2002 si apre con tre notizie di particolare rilievo, comunque
destinate a tenere banco per molto tempo. Queste:
- Il Presidente degli Stati Uniti s’impegna per leggi più
severe per la punizione dei manager che in qualche modo
abbiano dimostrato disonestà nella gestione delle società
quotate in borsa. Attenzione. Non è il comportamento dei
manager a fare notizia: furbizia e disonestà sono da sempre
alla base della massimizzazione del profitto (“pecunia
non olet” e “business is business” hanno
caratterizzato millenni di storia dell’umanità: delinquente
non è colui che massimizza il profitto, quale ne sia il
modo, ma colui che si fa scoprire). La vera notizia sembra
essere quella che il Presidente di una Nazione
tradizionalmente liberista e liberale, custode (almeno in
apparenza) del libero mercato nella sua espressione più
ampia, in qualche modo cominci a comprendere che “libero
mercato” non significa assenza di limiti e neppure licenza
di rubare. Almeno, non di rubare agli azionisti.
- Sempre il Presidente Bush chiede a noi europei forze
militari che aiutino gli States a procedere in Afganistan
lungo la difficilissima strada della lotta ad un terrorismo
che si è rivelato sempre più presente e sempre più
sfuggente. Il che ha almeno due significati. Il primo, e
forse il più importante, è che in Afganistan è ancora molto
(tutto?) da fare; il secondo è che, se vogliamo, noi
europei, continuare a beneficiare del traino da sempre
costituito dall’economia degli Stati Uniti, è ora che ci
accolliamo alcuni precisi sacrifici. E l’aver rimandato a
settembre la discussione da parte del nostro Parlamento
significa anch’esso qualcosa.
- Israele procede imperterrito a cavalcare la “lotta al
terrorismo” in pratica annullando ogni speranza di pace
anche attraverso la sistematica rioccupazione dei territori
di proprietà dei Palestinesi, e il Presidente Bush pare
avere l’intenzione di riesaminare (almeno) l’uso di alcune
delle armi fornite a titolo di mezzi di difesa e non di
offesa. Non è chiaro, al momento, se Bush riuscirà ad
intervenire, né a quale livello e con quale risultato.
Perché in realtà gli Stati Uniti appaiono molto condizionati
da un alleato che li mette costantemente di fronte al fatto
compiuto e che dimostra di tenere in nessuna considerazione
non soltanto l’opinione pubblica mondiale, ma neppure quella
dei milioni di ebrei sparsi nel mondo.
2...... e un gioco[1].Poi, una previsione,
peraltro almeno apparentemente giustificata da un impegno e
una minaccia precisi: un nuovo attentato celebrativo di quello
che l’11 settembre 2001 ha visto polverizzarsi le due torri,
simbolo di uno Stato e di un sistema economico e sociale. E da
qui, un gioco nel quale tutto il mondo in qualche
modo si esercita: formulare ipotesi sul nuovo attentato non
tanto in termini di “se ci sarà” (cosa che sembra si aspettino
tutti), quanto di “dove” avverrà e di “che cosa” accadrà.
Anche il “chi” si attiverà è piuttosto nebuloso, come peraltro
è nebulosa la principale sospettata Al Qaeda, mentre l’idea
del “dove”, pur nella consapevolezza che tutto è possibile in
ogni parte del mondo occidentale, ha in primo piano ancora una
volta gli Stati Uniti. Il “perché” è dato per scontato. Ed è
per questo, perché qualcosa viene “dato per scontato” che
propongo di cominciare dal gioco. Un gioco di ruolo, nel quale
più o meno palesemente ci si mette dal punto di vista delle
potenziali vittime dell’attentato. Con una avvertenza
particolare: esistono poche cose così serie come i giochi in
genere e questi in particolare. Sono tanto seri e impegnati
che sono giocati ad ogni livello, in ogni occasione e
costituiscono l’ossatura portante dei rapporti sociali e
quindi della società stessa. Saper giocare significa, anche
sapere essere. E per saper essere, è essenziale disporre delle
conoscenza necessarie (metodologiche e dei fatti) perché il
gioco sia corretto e correttamente condotto. Vuol dire che il
gioco può essere – e di fatto è – un momento formativo che, se
opportunamente condotto, contribuisce al modo di essere di
ciascuno di noi. In particolare, un “ game” avente per
materia Ben Laden, Bush e gli attentati, realizzato con
estremo tempismo dalla Maspa Italia, è stato sperimentato con
successo dagli studenti della facoltà di scienze politiche
della Università Statale di Milano: gli studenti si sono
appassionati a scoprire le implicazioni che ogni loro
decisione comporta e, sopra tutto - credo – a navigare nel
mondo della logica propria dei modelli matematici. Tutto è
gioco. Anche quanto è accaduto alle Torri gemelle e quanto
accade e accadrà tra Ben Laden e Bush, tra Bush e Saddam, tra
Bush e Arafat, tra Arafat e Sharon...., in proprio o quali
rappresentanti di gruppi economici, di religioni, di partiti
politici, di Stati e Nazioni. Tutti giocano; tutti giochiamo.
A tutto. Ma sopra tutto a fare la guerra. Il gioco più
interessante e, forse, anche il più divertente. Sembra. Perché
il potere.......
- “E’ chiaro: un attentato ci sarà”.
E allora, intanto una osservazione che definirei
metodologica: nulla dovrebbe essere mai dato per scontato,
neppure in presenza di elementi che appaiono (e forse sono in
realtà) chiari ed inequivocabili. Sopra tutto quando si tratti
di eventi che, grazie anche agli aspetti più concreti e reali
della globalizzazione [2], vedono in fondo divenire di scarsa
importanza i confini di luogo, di tempo e di ambiente socio
culturale, niente può definirsi e descriversi in modo più o
meno automatico, scontato, appunto. In un certo senso, neppure
il soggetto attivo o l’intenzione. E invece, ciò sembra non
accadere. “E’ certo” che un attentato celebrativo ci sarà; “è
certo” che a compierlo saranno seguaci dell’Islam; “è certo”
che avverrà negli Stati Uniti . E già da tempo sono
state prese misure che dovrebbero se non impedire almeno
limitare i movimenti degli attentatori, e con essi, i danni
conseguenti all’azione. E sembra che queste abbiano per
oggetto sopra tutto la sicurezza dei cieli americani.
1.1. Il dove: Where? La certezza che il
rischio riguardi sopra tutto gli USA consente agli altri Paesi
di godere di una relativa tranquillità. Non si tratta della
certezza della immunità, ma di una “scarsa o minore
probabilità dell’evento”, questo sì. E dunque, vigilanza, ma
non eccessivamente fuori dalle norme tradizionali di
sicurezza. Con una conseguenza immediata possibile in termini
di opportunità per i terroristi: nell’ipotesi, sarebbe più
facile colpire obiettivi italiani, francesi, tedeschi, inglesi
o di qualsiasi altra nazione che non obiettivi americani.
Intendo dire che se un attentato celebrativo e devastante deve
esserci – e, ripeto, sembra che Al Qaeda l’abbia promesso per
questi giorni – “non è scontato” che avvenga sul territorio
statunitense. Non è impossibile che una valutazione tra costi
e ricavi (impegno umano e finanziario da un lato e risonanza
ed effetto distruttivo dall’altro) porti a scegliere un
obiettivo posto in un Paese diverso, e neppure direttamente
collegato con gli Stati Uniti. Le due Torri, le torri gemelle
di New York, erano certamente un importante punto di
riferimento, conosciuto, ammirato, forse invidiato. Ma,
probabilmente, almeno prima dell’attentato, non più della Tour
Eiffel a Parigi, o della Basilica di San Pietro e del Colosseo
a Roma oppure ancora della Chiesa di San Basilio sulla piazza
Rossa di Mosca, del museo Hermitage a San Pietroburgo, del
Prado a Madrid, degli Uffizi a Firenze, del Mont Saint Michel
in Normandia, della città tutta di Venezia o della sola
basilica di San Marco, della Cattedrale di Santo Stefano a
Vienna, dei centri storici veri gioielli di tante città
europee, del teatro alla Scala di Milano.....Dice: ma un
attentato in uno qualsiasi di questi luoghi e ad uno qualsiasi
di questi monumenti non avrebbe gli stessi effetti dirompenti
di un’azione condotta al cuore dell’impero. E probabilmente è
vero, ma ancora una volta, non lo darei per scontato. Gli
States sono anche una immagine [3], una certezza economica ed uno scudo
difensivo; sono il castello del signore nelle cui mura si
rifugia il moderno contado per essere al sicuro, una volta
chiuse le porte, riempiti d’acqua i fossati, colmati i
magazzini di cibo e bevande ed alzati i ponti levatoi. E il
signore che non riesce a dare sicurezza ai villici ed al
contado è un fallito: perde di immagine e la fedeltà dei
sudditi diviene quanto meno precaria, mentre aumenta la
propensione al “fai da te” o quella di mettersi sotto l’ala di
un concorrente. Io credo che un eventuale attentato che
colpisca in uno qualsiasi dei Paesi che fanno parte della
costellazione americana e del gruppo dirigente di secondo
livello della economia occidentale (il primo livello essendo
costituito dagli americani) avrebbe proprio questo effetto:
infliggere un colpo, forse mortale, alla immagine dello Stato
guida. E le stelle del sistema potrebbero iniziare la via
della fuga da un centro che li attrae con forza sempre minore,
perché non più in grado di assicurare la soddisfazione dei
bisogni di sicurezza, almeno di quelli relativi al mondo
esterno. Quanto meno, non è più in grado di assicurarla con la
intensità desiderata. Da questo punto di vista Maslow,
l’economia ed il marketing [4] insegnano: se i bisogni relativi alla
sicurezza non sono soddisfatti, la soddisfazione dei bisogni
di livello ulteriore tende a bloccarsi e l’economia a divenire
pura economia di sopravvivenza, e la sopravvivenza stessa a
divenire precaria. E in genere alla perdita di sicurezza
esterna si accompagna il progressivo deteriorarsi della
sicurezza interna, con l’effetto del sempre più accelerato
processo di affermazione degli egoismi individuali. Con tutto
quel che segue anche in termini di conquista e di mantenimento
del potere. La storia ricorda decine di casi di conquista del
potere attraverso l’argomentazione della difesa o della
riconquista della sicurezza e, più in particolare, di quella
economica e militare: grosso modo, della sicurezza interna e
di quella esterna. E tutto questo è vero anche quando la
sicurezza – non soltanto quella economica – è in tutto o in
parte delegata ad un Paese che si ritiene si sia dimostrato
incapace di garantire la propria e dunque si suppone impotente
ad occuparsi con risultati soddisfacenti di quella altrui. E
verso il quale – tra l’altro- si è in qualche modo debitori
anche della propria libertà. E non c’è nulla di così
difficilmente sopportabile come la gratitudine. Possibile
conseguenza: la diaspora e, con essa, il disfacimento del
sistema. Proprio perché gli individualismi – quelli di ciascun
Paese come quelli dei singoli – tendono a prevalere e la
cultura degli insiemi, della unità, del sacrificio personale
in vista dell’obiettivo assorbente di una utilità sociale
superiore non sembra forte a sufficienza per vincere gli
egoismi. E’ proprio necessario ricordare che il degrado
dell’immagine degli Stati Uniti è già iniziato e sembra
rivelarsi in progressiva accelerazione? 1.2. Il
perché: Why? Se così fosse, se, cioè, fosse veramente
iniziato il processo di disgregazione della immagine degli
Stati Uniti come nazione guida e scudo sicuro, perché compiere
ulteriori attentati? Non avrebbero, gli attentatori, già
raggiunto gli obiettivi? Il che significa porsi la domanda se
sia proprio “scontato” che un attentato debba avvenire. Molto
dipende dalla cultura degli attentatori. Se parliamo degli
stessi che hanno abbattuto le due torri, un dubbio è
legittimo. Questi hanno dimostrato capacità organizzative che
sottintendono, oltre ad una grande disponibilità di fondi, una
cultura gestionale (di marketing) e organizzativa non comune.
Se così è, non possono ignorare che il processo di degrado del
sistema è in moto e che difficilmente potrà essere bloccato. E
che, comunque, nella ricostruzione della immagine [5] sia gli Stati Uniti che i Paesi che ne
fanno parte dovranno impegnare risorse imponenti, anche di
tempo. In altre parole, possono ritenere di aver vinto. E
dunque, di aver solo bisogno di azioni di mantenimento, dal
momento che non ignorano che al vincitore non conviene
riposare sugli allori. E queste “azioni di mantenimento” non è
detto che debbano avere la stessa natura e la stessa intensità
della “attività di lancio”. Il massimo sforzo, cioè, potrebbe
essere stato già compiuto. Il resto, sarebbe affidato ad
azioni che, con quella iniziale, avrebbero in comune soltanto
l’obiettivo di ricordare che il sistema economico e sociale
che si vuole colpire è marcio, inaffidabile, va cambiato. E
non dà sicurezza, a nessun livello. Ed anche questo potrebbe
essere in atto. Gli ultimi eventi della economia statunitense
possono essere letti proprio anche in questa chiave: il
sistema è marcio, inaffidabile, va cambiato. Al Quaeda o chi
per essa aveva ragione: la punta emergente dell’iceberg del
marcio nella economia statunitense è lì a dimostrarlo. E le
vicende dei grandi scandali economici hanno preso il posto,
sui mezzi di comunicazione, della guerra afgana e non solo.
1.2.1. Una parentesi: la comunicazione E a
questo punto credo che si possa ragionare attorno ad una
ipotesi paradossale, almeno in apparenza. Questa: si potrebbe
sostenere che la circostanza per la quale dell’Afganistan,
della guerra in corso, delle difficoltà degli americani si sia
teso a parlare sempre di meno in fondo costituisca una spinta
al compimento di azioni dirompenti. Se l’obiettivo finale è
costituito dalla distruzione dell’immagine del sistema,
basterebbe che i mezzi di comunicazione continuassero a
raccontare la cronaca, mantenendo vivo il senso di
insicurezza, e ulteriori attentati sarebbero praticamente
inutili. Ma poiché sulla cronaca si tende a tacere, ecco che
bisogna stimolare la comunicazione. Gli attentati, dunque,
come modo per richiamare l’attenzione su fatti ai quali si va
facendo l’abitudine e ai quali si dedicano spazi sempre minori
nelle pagine sempre più nascoste. E l’attenzione della cronaca
come possibile elemento per contenere l’entità della violenza.
Maggiore è il grado di tensione creato, minore diviene la
necessità di eventi sconvolgenti. A chi ha paura, basta un
rumore notturno appena misterioso per passare al terrore. E un
rumore notturno costa molto meno di un grande attentato. Dal
che derivano due possibili conseguenze, anch’esse con qualche
livello di paradosso. Una, che tra i complici di Al Qaeda
potrebbero essere iscritti i mezzi di comunicazione che non
mantengono elevato il livello di attenzione dei destinatari
della comunicazione stessa; l’altra, che essi mezzi potrebbero
essere considerati complici anche nella ipotesi che
contribuissero a mantenere elevato il livello della
insicurezza voluto e creato dagli attentatori. Come si fa si
sbaglia, dunque? Naturalmente, no. O forse sì, ma c’è sempre
una possibilità di sbagliare di meno e, a mio parere, il
richiamo costante alle nuove insicurezze è un modo per
“sbagliare di meno”. Sempre, naturalmente, che il perché del
nuovo attentato sia da ricercarsi nel rinverdire il ricordo
del primo e dare una ulteriore spinta al mondo occidentale
sulla via della insicurezza. Da questo punto di vista, è
pensabile una ulteriore possibilità. Quella che il
(tempestivo!) ritrovamento di una intera nastroteca di Al
Qaeda, sembra, con scene raccapriccianti, alcune, altre
relative all’addestramento all’uso delle armi più diverse
nelle più diverse situazioni sia (il ritrovamento) l’obiettivo
di una strategia precisa: rinnovare il terrore attraverso il
risvegliato interesse dei mezzi di comunicazione. Una
pianificazione di gestione (di marketing) del prodotto
“comunicazione” effettuato da professionisti. E da qui, una
conseguenza anche sul “quando” dell’attentato eventuale: tutti
l’attendono, e dunque non ora, quando le difese sono al
massimo. La paura e l’insicurezza che montano avranno un
proprio ciclo di vita, esattamente come qualsiasi altro
prodotto. Al momento del loro minimo, quando la curva
gaussiana [6] procederà spedita verso lo zero e la
sicurezza ricomincerà a farsi strada grazie alla memoria
sempre più corta ed agli egoismi personali sempre più forti,
eccolo, l’attentato! E se così fosse, un’altra considerazione
potrebbe essere questa: sempre paradossalmente, si potrebbe
pensare che tra i migliori alleati di una Al Qaeda
eventualmente lanciata verso grandi eventi catastrofici siano
tutti coloro che, pensando in piccolo, ai propri interessi
regionali, realizzano attentati e reazioni che catalizzano
l’attenzione della cronaca e dei media occupando le prime
pagine e, ancora una volta, contribuiscano a far sì che sia
necessario “risvegliare il terrore globale” e ricordare che Al
Qaeda è più grande. Una “grandezza” che, forse, dipende
dall’entità dell’attentato compiuto più che dalle reali
dimensioni della organizzazione, la quale potrebbe anche
essere, numericamente e finanziariamente, meno forte e grande
di altre. Ma ha generato un “prodotto” ritenuto “immenso”,
“inaudito”, “nuovo” e “impossibile”: nel mercato del terrore,
ha, almeno fino ad ora, conquistato la posizione del
leader. 1.3. Il chi: Who? Ma perché proprio
Ben Laden e Al Qaeda? C’è almeno una ulteriore possibilità da
esaminare: non “è scontato” che gli autori dell’attentato alle
due torri siano un corpo estraneo al sistema economico,
politico e sociale del quale gli Stati Uniti sono il punto di
riferimento. La mina che ha scoperchiato il forziere potrebbe
anche essere stata messa in opera da operatori inseriti nel
sistema stesso, interessati a provocare sconvolgimenti nel
mondo economico per fini probabilmente di profitto “personale”
e anche, magari, a portare allo scoperto affari e
comportamenti che altrimenti non sarebbero mai venuti alla
luce. O che sarebbero forse stati scoperti, ma in tempi troppo
lunghi, probabilmente, per la affermazione di altri, diversi
(o simili?) interessi. Non dimentichiamo mai che “ business
is business” sembra essere un credo incrollabile della
nostra economia e che “ in guerra ed in amor tutto è
permesso” un modello operativo suggestivo quanto diffuso.
Che significa, poi, che in economia si può combattere senza
esclusione di colpi, così come in politica e per la conquista
del potere. Purché si vinca. E purché si abbia l’accortezza di
prepararsi una via di fuga nella deprecata ipotesi che la
vittoria non arrida. Che è, poi, uno dei compiti svolti da un
qualsiasi professionista del marketing, da un qualsiasi
gestore di uno scambio qualsiasi. E l’attribuire agli
estremismi religiosi questo come altri attentati o azioni
terroristiche potrebbe anche essere in sé una “via di fuga”:
la banale “causa economica” verrebbe non soltanto nobilitata
da un obiettivo religioso, per quanto ripugnante e ingiusto,
ma costituirebbe un’ottima copertura. E non dimentichiamo che
la “lotta senza quartiere ai terroristi” viene, al momento,
cavalcata da più di una organizzazione, da più di uno Stato,
così come la lotta al “bieco imperialismo americano”, al fine
di raggiungere i propri obiettivi. La qual cosa potrebbe anche
far concludere che esistono almeno alcune decine di
organizzazioni più o meno efficienti, in ogni parte del mondo,
che possono compiere attentati anche di grande impatto. E che
anche per queste Ben Laden e Al Qaeda possono assumere le
funzioni dello scudo, della giustificazione ideologica e se
del caso della via di fuga, esattamente come accade per quegli
Stati che trovano nella lotta al terrorismo la giustificazione
per violare i diritti di altri Stati e per accelerare i tempi
dello altrui annientamento. Sembra che, oggi, basti definire
“terrorista” una qualsiasi organizzazione o uno stato
qualsiasi, e tutto è permesso. E così, forse ci sarà una nuova
guerra contro l’Iraq, “protettore” dei terroristi; forse non
si riuscirà a fermare Israele, “campione della lotta” contro i
terroristi; forse, in tutte le altre parti del mondo, le
minoranze “terroriste” saranno “giustamente” perseguite.
Oppure, se guerra propriamente non sarà, saranno giustificati
colpi di Stato guidati da nazioni straniere, diretti ad
abbattere i leader attuali. Devo dire che trovo qualche
analogia tra la proposta di provocare (e finanziare) un colpo
di stato in Iraq diretto a sostituire Saddam Hussein e la
richiesta americana (e israeliana) di un cambio della guardia
in Palestina, con la cacciata di Arafat. Al qual proposito è
forse lecito chiederci: perché cacciare Arafat e non (anche)
Sharon [7]? Non è possibile che la pace in medio
oriente passi attraverso un contemporaneo cambio della
guardia, così in Israele come in Palestina? 1.4. Il
quando: When? Pare l’abbiano promesso per settembre, il
grande attentato, più o meno in coincidenza con l’anniversario
della distruzione delle Torri gemelle. E probabilmente si
tratterebbe della data più coerente con l’obiettivo. Anche
perché si può pensare che in quel giorno l’attenzione e
l’allarme saranno al massimo livello e tutti i sistemi di
difesa al più elevato grado di efficienza. Ma è proprio questa
circostanza che potrebbe guidare gli attentatori verso una
data diversa, con questo in qualche modo riducendo i rischi
che l’azione comunque comporta. Intendo solo dire che, ancora
una volta, non è affatto scontato che esattamente l’undici
settembre e, magari, esattamente alla stessa ora, si
verificherà l'evento temuto. Chiunque siano, gli autori sanno
che comunque il nuovo grande attentato – se avvenisse –
sarebbe collegato al primo. E dunque, perché agire nel momento
del massimo rischio ? Tra l’altro, sarebbe quanto meno ridotto
l’effetto sorpresa. D’altro canto, riuscire a dar vita ad un
grande evento nella stessa data e alla stessa ora del primo
malgrado tutte le difese riuscirebbe a dimostrare superiorità
organizzativa e operativa proprio sulla Nazione che in quanto
a organizzazione e capacità operativa è ritenuta la migliore
del mondo. 1.5. Il cosa: What? Se dovesse
essere, sarebbe imponente. Anche questo viene dato per
scontato. Ma così sarebbe solo nell’ipotesi che gli autori
volessero dimostrare quella superiorità organizzativa e
operativa cui ho fatto cenno poco più sopra. E questo non
sembra essere il primo obiettivo, essendo assai probabile che
la “causa” di un evento quale quello di cui ci stiamo
occupando debba essere piuttosto di “mantenere elevato il
grado di insicurezza, di preoccupazione, di paura”, magari
unito alla dimostrazione che il nostro sistema può esser
colpito come, quando e dove si vuole. In realtà, si potrebbe
anche ipotizzare una pianificazione di azioni silenziose e
difficilmente riconoscibili dirette, utilizzando il sistema
socio - economico esistente, a penetrare nei centri del potere
reale, appropriarsene e indirizzarne l’azione verso la
sostituzione della attuale classe dirigente, magari anche
facendo ricorso ai principi religiosi. Anche di questa
possibilità esistono i segni: le guerre religiose in atto
(sembra, unilaterali) in Pakistan e in altri Paesi potrebbero
essere l’avvisaglia di una strategia diretta ad utilizzare
richiami – quelli religiosi – più forti di quelli economici e
comunque meglio in linea con gli intenti “moralizzatori”
vantati da alcuni dei gruppi attivi nel mondo. E se così
fosse, ecco che il rischio maggiore lo correrebbero i simboli
del Cristianesimo – San Pietro e le grandi basiliche non
soltanto romane, i Santuari ed i luoghi di pellegrinaggio –
sempre che gli attentatori siano animati da integralismo
religioso. Non dimentichiamo che due magnifiche, imponenti, in
un certo senso commoventi statue di Budda sono state fatte
saltare da fanatici talebani e la civiltà tutta ha perso un
gioiello d’inestimabile valore. 1.6. Cui
prodest? Chiedersi a chi veramente porti profitto un
eventuale attentato celebrativo potrebbe essere un esercizio
non inutile. E la mia opinione è che con buona probabilità un
nuovo attentato porterebbe acqua al mulino della attuale
classe dirigente americana la quale, duramente colpita nella
propria credibilità sopra tutto a livello economico, potrebbe
far dimenticare più di un problema in nome di una lotta senza
quartiere a quel “terrorismo che – avete visto? - è sempre
pronto a colpire e non consente vie alternative alla lotta
senza quartiere. Prima di tutto e soprattutto.” E, poi, a
tutti coloro che, in nome della lotta al terrorismo, cercano
di prolungare la propria permanenza al potere. Ora, a me pare
possibile che le grandi organizzazioni terroristiche questo
possano comprenderlo. Così come credo siano in grado di capire
che la causa di ciascuna di esse, se una causa esiste, non si
giova certo di una immagine negativa, quale sarebbe – a
livello planetario – quella di un nuovo grande attentato. Con
un limite, però, concreto. Questo: l’ottica limitata ed
egoista. Se i gruppi e le organizzazioni “terroristiche” hanno
come punto di riferimento la conquista del potere per sé e in
aree limitate e abbastanza bene identificate, allora l’azione
dimostrativa ha concrete possibilità di essere realizzata. Ma
in questo caso, l’eventuale attentato potrebbe (dovrebbe) non
avvenire a livello planetario e, probabilmente, neppure contro
gli Stati Uniti. Potrebbe (dovrebbe) avere la natura di un
episodio di lotta a livello regionale e l’obiettivo di essere
riconosciuto come tale. Pena, un elevato grado di disutilità.
C’è comunque anche da considerare che esistono situazioni
nelle quali la conquista del potere in una regione potrebbe
passare attraverso attività svolte al di fuori della regione
stessa, là dove, almeno in apparenza, risiede il potere
economico che finanzia l’attuale potere regionale. Mi pare sia
il rischio che si corre con quanto accade tra Israele e i
Palestinesi. Sembra siano risorse statunitensi a consentire
allo Stato di Israele di disporre dei mezzi di difesa e di
offesa almeno in teoria assolutamente preponderanti. E allora,
se così è, sarebbe poi così improponibile l’ipotesi che un
qualsiasi kamikaze palestinese si faccia saltare in aria in
piena Manhattan, magari in un’ora di punta? E, magari, attorno
proprio all’undici settembre, non fosse altro che per
accreditare una parvenza di unità di intenti tra gruppi
terroristici. Tanto per elevare il livello di insicurezza
creato. E, forse, ancora una possibilità: che la priorità
antiterroristica spinta al massimo livello possa generare un
movimento di alleanza tra gruppi fino ad ora caratterizzati da
uno spinto individualismo allo scopo, riconosciuto comune, di
abbattere “la guida del sistema” che si oppone alla presa del
potere regionale oppure al mantenimento della situazione
attuale. Dal che potrebbe ipotizzarsi anche uno scenario che
veda, in parti diverse del pianeta, il compiersi di atti
terroristici magari di portata non travolgente, ma
contemporanei e coordinati. E dunque, forse pericolosi più
ancora di un grande evento in un solo paese. 1.7.
Quasi una conclusione Realisticamente, credo che la
sola conclusione che si può trarre da quanto detto fin qui è
che non siamo in grado di prevedere granché attorno a questo
ventilato attentato. E, forse, attorno a nessun altro. Le
risposte affidabili ai famosi 5W della gestione restano un
sogno. Solo in presenza dell’evento saremo in condizione di
sapere qualche cosa di più. Forse. La forza del terrorismo sta
proprio in questo: che non consente previsioni di sorta, così
esaltando quell’elemento sorpresa che in più di una occasione
si rivela vincente. E’ forse anche per questo che, sicuri che
nessuna altra via sia percorribile, ridotti alla disperazione
e comunque certi che bisogna tentare tutto il pensabile,
alcuni gruppi vi ricorrono e alcuni individui si convincono a
sacrificare la propria vita per il raggiungimento della causa.
La qual cosa potrebbe anche significare che se una via
d’uscita venisse effettivamente offerta, la strada del
terrorismo potrebbe essere abbandonata. Ma la via d’uscita
implica il sacrificio e la buona volontà di tutti, senza
eccezioni, e la consapevolezza che l’assoluta unanimità non è
di questo mondo e non è realizzabile. L’obiettivo non potrà
mai essere quello di una “giustizia sociale assoluta”, o di
una “assoluta unanimità” sui mezzi utilizzati, ma quello di
una “migliore giustizia sociale” sì, e magari raggiungibile
con metodologie e processi condivisi dai più. Che è, poi, il
principio della democrazia. E a mio avviso finché i segnali
che il nostro mondo invia sono quelli di un progressivo
arricchimento dei già ricchi e di uno speculare progressivo
impoverimento degli altri, una “migliore giustizia sociale”
(ma non solo) a livello planetario è destinata a rimanere
quello che è: vuote parole e specchietto per le allodole.
2. Bilanci truccati e terrorismo. Non mi pare
di aver letto o sentito da nessuna parte della possibilità che
la scoperta dei falsi nei bilanci di alcune grandi società
americane e la richiesta di (ulteriori) leggi che puniscano i
responsabili siano in qualche modo in relazione con
l’attentato alle due torri. Personalmente, credo che lo siano.
Non fosse altro che per il fatto che quell’attentato ha, da un
lato, creato concreti problemi all’economia non soltanto
statunitense e, dall’altro, ha costretto la leadership
americana a trovare un efficace diversivo alla attenzione sul
passato del gruppo dirigente attuale. Il quale – a sentire gli
esperti ed a leggerne le opinioni sui giornali specializzati –
dovrebbe mettere in candeggina un comportamento pregresso (?)
ed esibire un bianco di difficilissima realizzazione. Ed ecco,
allora, prendere le distanze da comportamenti usuali, comuni,
noti e condivisi fino ad un attimo fa. Ed è tornato di moda
occuparsi di etica e collegarla con il comportamento dei
manager e, per riflesso, con quello delle
imprese. 2.1. Etica e affari Aldilà
dell’opportunismo dilagante e ammorbante, a me sembra che uno
dei problemi che fanno dell’etica in genere e di quella
riferita agli affari in particolare un argomento più simile
alla realtà delle paludi che a quella del marmo pregiato (come
dovrebbe essere) sia l’uso generalizzato dell’etica al fine di
trarne beneficio personale, unito ad una cultura quanto meno
precaria e quindi ad una conoscenza dei principi etici
parziale e probabilmente non oggettiva. Oggi sembra
che ciascuno abbia un suo proprio sistema etico e che tenda a
porlo come punto di riferimento di tutta la società, di tutto
il gruppo di cui fa parte. A me pare che il primo problema sia
proprio questo: una etica assolutamente soggettiva e
apodittica che già a livello personale e di piccoli gruppi
provoca quei danni che, riferiti a gruppi sociali più grandi
fino all’intera umanità, si moltiplicano in numero e grandezza
in rapporto alle dimensioni del mondo di riferimento. Che vuol
dire che fino a quando sopporteremo – perché apparentemente
poco importanti e apparentemente ininfluenti – comportamenti
individuali contrari all’etica oggettiva, non riusciremo a
risolvere i problemi etici riferiti ai gruppi sociali, di
qualsiasi tipo e dimensione essi siano. E dunque, anche quelli
riferiti agli affari ed al mondo delle imprese e della
economia. E si badi bene: il singolo, oltre a ritenere di
disporre di un sistema etico cui riferire i propri
comportamenti, tende a porsi come parametro di riferimento del
comportamento etico degli altri, e dunque a pretendere che gli
altri si comportino come egli ritiene debbano fare [8]. Il che sarebbe giusto, se il sistema
di riferimento fosse corretto e avesse come “causa”
l’oggettivo “essere etico” della società; diviene, invece,
pernicioso e immorale quando il sistema di riferimento è
strutturato per il proprio personale tornaconto. Che è
esattamente quanto accade – e resta generalmente impunito – in
moltissimi casi di esercizio del potere da parte di personaggi
che dell’etica si fanno scudo e in suo nome giustificano o
tentano di giustificare comportamenti i più svariati. Dalla
propria carriera [9] a quella dei propri “clientes”; dal
“piccolo” furto costituito dall’uso personale delle risorse
dell’ufficio, della struttura, dell’ente pubblico o privato
che sia, al “grande furto” della distrazione di fondi, della
corruzione, del falso in bilancio che, ricordiamolo, viene
sempre, senza eccezioni, perpetrato per ragioni di potere e
interessi personali propri direttamente ed esclusivamente
oppure attraverso gli interessi di un più o meno ampio gruppo
di riferimento [10]. E allora, non si tratta soltanto di
punire i manager delle grandi società e in occasione dei falsi
in bilancio. Si tratta di proporre un sistema etico, di far sì
che venga accettato e, se del caso, di perseguire anche le più
piccole violazioni. La tutela dell’etica deve avvenire con
tolleranza zero. A qualsiasi livello, in qualsiasi
circostanza, dovunque e verso chiunque. Sopra tutto nei
confronti di coloro che si pongono come tutori e garanti di
essa. 2.2. Etica e politica E questa ultima
osservazione mi porta a ricordare che alla politica si può
anche guardare come al momento (laico e terreno) supremo della
affermazione e della tutela dell’etica. Intendo dire che se la
politica è “la gestione della cosa pubblica” nell’interesse
della società di riferimento, il comportamento etico di tutti,
in ogni settore, è uno degli aspetti dei quali la politica
deve occuparsi, e non può non farlo. A garanzia di un corretto
modo di essere, di svilupparsi e di proiettarsi nel tempo
della compagine sociale. Ecco: un primo problema è mettersi
d’accordo su cosa intendiamo per “politica”, dal momento che,
interrogati al proposito, politici e storici e comuni
cittadini e uomini e donne e giovani e vecchi dimostrano di
avere una concezione piuttosto nebulosa e molto variegata di
un fenomeno - la politica, appunto – del quale però tutti
parlano e di cui tutti, in un modo o nell’altro, sembrano
occuparsi. Tutti, meno i giovani, pare. La qual cosa – il
disinteresse dei giovani per la politica – letta in chiave di
marketing potrebbe anche costituire una opportunità: se i
giovani non si occupano di politica perché delusi dagli
aspetti negativi di essa, giudicati preponderanti e
irrimediabili; se i giovani snobbano la politica perché la
ritengono inutile se non perniciosa; se i giovani non amano la
politica perché indefinita, sfuggente, nebulosa, vaga, ebbene,
questa è una grande opportunità, poiché indica una via precisa
che la politica può (deve) seguire. Questa: creare fiducia nei
giovani, dimostrando che la azione della politica è
concretamente e costantemente rivolta a soddisfare i bisogni
della società con priorità rispetto alla soddisfazione dei
bisogni ed alla tutela degli interessi dei singoli ed a
garantire, nella migliore delle condizioni possibili, il
fluire del genere umano verso il futuro. Che è un principio
etico, in nome del quale, ad esempio, la conquista del potere
è strumento e non fine; i bisogni e gli interessi sociali
(pubblici, generali) sono riconosciuti con certezza e
rispettivamente soddisfatti (i bisogni) e tutelati (gli
interessi); i “pubblici uffici” ed i “pubblici ufficiali” sono
costituiti per questi scopi; la professionalità dei “pubblici
ufficiali” è strutturata e tutelata per questo; la
rappresentatività è un fatto concreto e di livello elevato; i
comportamenti dei singoli non in linea con l’etica sociale e
politica vengono, senza eccezioni di sorta, puniti. E via
dicendo, fino alla affermazione, a mio parere di portata
assolutamente generale e incontrovertibile, di una
“responsabilità etica dei politici” descritta, perseguita e
pretesa. Nei fatti, non a parole. Il che potrebbe anche
significare una grande libertà di coscienza dei parlamentari
in fase legislativa; una loro separazione dal partito di
appartenenza nel momento della valutazione “etica” di quanto
si sta facendo; una funzione di controllo di ciascun
parlamentare sulla attività dei partiti, sui loro programmi,
sugli uomini chiamati ad esercitare le diverse funzioni. Un
popolo colto e formato in base a principi etici saldi sarebbe
il referente naturale ed ideale. E, da questo punto di vista,
acquisterebbe un reale significato anche quella “piazza”
guardata con tanto sospetto e, talvolta, con disprezzo da
alcuni politici (?) [11]. In tutto questo, l’etica politica
si porrebbe anche come base, giudice a garante della etica
degli affari, e potrebbe farlo con piena legittimazione.
3. Politica e solidarietà Nel mondo della
politica un posto apparentemente certo e saldo, in realtà
piuttosto precario e casuale, occupa la solidarietà, complesso
di buoni sentimenti (tanti) e azioni (poche) aventi lo scopo
di aiutare coloro che, in genere (ma non necessariamente) più
deboli di noi, sembrano averne bisogno. E’ un sentimento
appagante in sé, la solidarietà! Basta avvertirlo, e ci
sentiamo subito in qualche modo appagati, lieti della nostra
bontà. Se poi, addirittura, riusciamo a fare la carità al
povero all’angolo; a dare un obolo al ragazzino al semaforo; a
versare un contributo qualsiasi ad una organizzazione
benefica; a far parte di una organizzazione no
profit.......; se riusciamo a fare una qualsiasi di queste
cose, la nostra coscienza sociale è appagata, e ci
riconosciamo come benefattori della umanità tutta intera. Un
problema sembra costituito dal sacrificio che, in genere, un
gesto di solidarietà comporta: quanto meno, la dimensione di
esso tende sempre a costituire il limite del nostro operare.
Ed è giusto – perché naturale – che sia così. Occorrerebbe
però ricordarsi che la disponibilità al sacrificio è anche o
sopra tutto un fatto di cultura e che, quindi, da un punto di
vista gestionale, il livello della disponibilità nei confronti
degli altri – singoli o struttura sociale – è programmabile e
perseguibile. Può essere oggetto di un vero e proprio piano di
gestione o di marketing, di una attività di formazione a
livello individuale. Le persone educate alla solidarietà ed al
sacrificio sono o dovrebbero essere in grado di dar vita ad
una società “solidale” in sé, nei confronti dei suoi membri
così come nei confronti degli esterni. E le conseguenze, in un
mondo che si è ormai – dicono – globalizzato dovrebbero
consistere in un generale e generalizzato senso di
solidarietà. Che vuol dire anche – è ovvio – una proporzionale
riduzione dell’egoismo in genere, di quello degli individui
cosi come di quello degli Stati. 3.1. La solidarietà
internazionale Da questo punto di vista – della
solidarietà tra gli Stati – mi pare di poter affermare che noi
europei e italiani, in questo momento, non stiamo facendo una
bella figura. Agli Stati Uniti che chiedono una partecipazione
attiva a quella guerra d’Afganistan che si prospetta infinita,
noi abbiamo cominciato coll’opporre una questione di tempo: se
ne riparla (forse) a settembre, alla riapertura delle Camere
dopo le ferie estive [12]. A me pare che si possa anche
pensare – visto quello che è accaduto per la legge sul
legittimo sospetto – che la solidarietà internazionale in
genere e quella con gli Stati Uniti in particolare siano
considerate, in Italia, di secondo momento di fronte ad un
problema impellente quale è quello della legittima suspicione.
Io, figlio di un magistrato, laureato in giurisprudenza,
avvocato, posso affermare di aver perso molto della mia
fiducia nella giustizia e di sapere esattamente il perché e il
quando questo è accaduto (il che non vuol dire che io abbia
ragione e neppure che tutti debbano pensarla come me), ma non
credo che la maggioranza degli italiani abbia il problema di
sottrarsi al giudice naturale, così come non credo che la
modifica di questa parte del codice abbia, a livello sociale,
il grado di urgenza che le è stato riconosciuto ed al quale si
è risposto con sedute e votazioni notturne. Mentre credo che
la dimostrazione dell’egoismo personale e statale sia stata
data in modo più che palese. Tutto questo potrebbe anche non
essere oggettivamente vero, ma rimane comunque un fatto che
l’immagine proiettata dai politici sia a livello statale che
internazionale non ne esce certamente alla grande. Noi
italiani dobbiamo in gran parte agli Stati Uniti d’America il
nostro essere oggi una grande potenza. Vogliamo dimostrarci
grati di questo? Che non vuol dire rinunciare a discutere i
tempi ed i modi di una qualsiasi azione. Significa solo
dimostrarci disposti a dare l’aiuto richiesto, anche, se del
caso, insistendo perché, oltre a continuare a cercare Ben
Laden e i suoi, si operi per modificare quello che non va nel
sistema socio economico che ci accomuna. Gli Stati Uniti,
ripeto, meritano solidarietà e gratitudine: due sentimenti che
dovrebbero avere più di una connotazione oggettiva e che, per
questo, dovrebbero prescindere da valutazioni eventualmente
negative su alcuni (pochi o molti che siano) comportamenti
dell’altro. L’esempio – clamoroso- di una nazione (gli States,
appunto) che non ha ritenuto opportuno aderire alla Corte
Penale Internazionale come, prima, non aveva aderito agli
accordi di Kyoto è senza dubbio un sintomo , inquietante,
dell’egoismo degli americani, il cui principale (e forse
unico) pensiero sembra essere quello del proprio sviluppo e
dello sviluppo della propria economia, secondo il proprio
modello. Una dimostrazione di egoismo la quale, però, non
dovrebbe fermare la nostra disponibilità. So che quanto dirò
potrà essere giudicato utopistico, ma io continuo a credere
che il buon esempio costituisca il mezzo migliore per la
formazione e per il convincimento. E credo di sapere, quindi,
che il moltiplicarsi degli esempi positivi porterà presto o
tardi ad una sorta di emulazione o, almeno, di imitazione. In
soldoni: se io mi comporto correttamente con l’altro, questi
non potrà non accorgersene e avvertire l’opportunità di essere
a sua volta corretto. Se così non dovesse accadere, e troppo
spesso non accade, significherebbe che l’altro è in mala fede,
cerca di profittare di me e della mia disponibilità. Vedrò,
allora, cosa sarà meglio fare. Con una sola limitazione: l’uso
della violenza, sempre manifestazione di brutalità
cieca [13], anche se dovesse apparire il solo
mezzo efficace per raggiungere l’obiettivo. Naturalmente,
esiste il rischio concreto che l’educazione, la comprensione,
la cortesia, l’onestà, l’etica tutta venga scambiata per
debolezza e venga in qualche modo strumentalizzata dall’altro
per il raggiungimento dei propri obiettivi. Tutti noi abbiamo
avuto prova di questo, e tutti noi in un qualsiasi momento
della nostra vita siamo stati sconfitti dalla ineducazione,
dall’integralismo cieco, dalla scortesia, dalla disonestà. Ma
abbiamo perso una battaglia, non la guerra. La guerra sarà
vinta. Anche quella contro il terrorismo. Il problema è di
strategia e di modi. 3. Una possibile
conclusioneE siamo di nuovo al terrorismo, per una
ultima annotazione. La pianificazione di marketing in atto per
la lotta al terrorismo a mio parere non ha alcuna possibilità
di successo, neppure quella di limitare i danni. Ed è comunque
antieconomica. Genera, a livello sociale e generale, perdite,
non profitti. E poiché non posso pensare che i responsabili
della politica mondiale siano tutti stupidi e inefficienti,
devo ritenere che questa pianificazione di gestione risponda
consapevolmente ad un obiettivo diverso da quello della lotta
al terrorismo e giovi ad interessi diversi da quelli della
pace nel mondo. E non posso impedirmi dal pensare agli
interessi degli imprenditori fornitori di armi così ai
terroristi come agli Stati che ne sono vittime; e quindi alla
attività di lobby se non al diretto coinvolgimento dei
politici; ed a tutto un indotto che investe, a titolo di
ricostruzione, anche, o di soccorso, settori non trascurabili
della economia. Ma neppure posso impedirmi dal dubitare
fortemente che gli interessi dei così detti terroristi abbiano
quella valenza sociale e generale che essi vogliono
accreditare presso l’opinione pubblica. Non potrebbe –
l’integralismo religioso, così come l’amor di patria – essere
cavalcato da personaggi che hanno come primo obiettivo quello
di divenire i nuovi padroni del vecchio sistema? Con un dubbio
ulteriore: non si tratterebbe, comunque, della dimostrazione
ulteriore che dobbiamo, noi, operare sul sistema attuale per
migliorarlo, renderlo coerente con valori oggettivi che tutti
conosciamo, ma che debbono essere tradotti in fatti operativi?
Anche per noi stessi, non soltanto per gli altri. E in questo
la formazione, a tutti i livelli, è al primo posto. In
assoluto. E, prima tra le prime, la formazione dei giovani,
referenti tradizionali della realtà di oggi così come di ogni
e qualsiasi cambiamento, di ogni e qualsiasi pianificazione
della realtà futura. E, a proposito della formazione, va da sé
che esiste (o dovrebbe esistere) un preciso riferimento etico
per i formatori e per le strutture di formazione, e dunque una
responsabilità etica dei formatori [14]. A questo proposito, mi piace
concludere con la citazione di una pagina di Adriano De
Maio [15], già rettore del Politecnico di
Milano : “Passando a occuparci di questa stravagante
organizzazione che produce il futuro, l’università, io penso
che si presti scarsa attenzione alla formazione perché non si
intuisce che cos’è il vero prodotto: ma il prodotto è il
futuro, sia che lo si guardi dal punto di vista della
formazione, sia da quello della ricerca e della innovazione.
Anche qui si presentano una serie di problemi, di questioni
preliminari su che cosa significhi formare. A questo
proposito, tutta la difficoltà della funzione pedagogica si
può esprimere secondo questo adagio: “nella vita ci sono due
modelli di riferimento per il proprio comportamento
individuale, si può fungere da monito oppure si può fare da
esempio. E’ difficile giocare entrambi i ruoli, molto spesso
si sceglie il ruolo decisamente più facile del monito.” La
formazione è, fondamentalmente, nella maggior parte dei casi,
un monito, poche volte riesce a raggiungere lo status
di esempio. E’ inutile pretendere la formazione di cittadini
quando, viceversa, si elimina il concetto di responsabilità
dalla formazione scolastica. Di fatto nel nostro sistema
educativo, nella scuola dell’obbligo, si è eliminato il
concetto di responsabilità, allora: come è possibile formare?
(.....) Forse non è noto ai più, ma al Politecnico di Milano,
al momento della consegna della laurea, si recita una sorta di
“giuramento di Ippocrate” per ingegneri e architetti, una
professione pubblica di deontologia professionale in cui si
promette solennemente che nelle proprie valutazioni, opere,
futuro impegno professionale, non si soggiacerà a nessun tipo
di pressioni, avendo come unico giudice il proprio
convincimento interiore: può sembrare ipocrita, ma mi sembra
un gesto importante, un estremo gesto pedagogico proprio nel
momento simbolico del commiato dal mondo universitario, e
sulla soglia del mondo professionale. Un requisito essenziale
per l’etica è certamente quello di assumere una maggiore
visibilità e rilevanza all’interno sia della formazione sia
della pratica di vita dell’uomo economico. Occorre comprendere
che il valore dell’etica economica si misura sul grado della
effettiva emancipazione della morale da una regione troppo
intimista, relegata in un registro mutevole, come umori
soggettivi, individuali: se siamo convinti che questa qualità
di civiltà e di rispetto delle regole condivisibili sia
giusta, allora dobbiamo essere conseguenti. Dobbiamo cioè
imporre delle norme di comportamento più rigide, effettive,
altrimenti tutto si risolve in una boutade, o, al più,
in un luogo comune.”
[1] Cito testualmente: “Un gioco è una
serie progressiva di transazioni ulteriori complementari
rivolto ad un risultato ben definito e prevedibile. Si può
descrivere come un insieme ricorrente di transazioni, spesso
monotone, superficialmente plausibili, con una motivazione
nascosta; o, più semplicemente, come un insieme di mosse
insidiose, truccate. Si differenzia chiaramente da procedure,
rituali e passatempi soprattutto per due caratteristiche: 1)
la sua qualità ulteriore e 2) il pagamento. Le procedure
possono essere felici, i rituali efficaci, i passatempi
vantaggiosi: ma sono tutti per definizione disinteressati;
possono comportare contestazioni ma non conflitti e la
conclusione può essere sensazionale ma mai drammatica. Il
gioco invece è fondamentalmente sleale, e la conclusione ha un
elemento drammatico e non semplicemente emozionante. (.......)
Per quanto riguarda le transazioni angolari – i giochi
deliberatamente costruiti con professionale meticolosità sotto
il controllo dell’Adulto in modo da assicurare il massimo
utile – le grandi truffe e i grossi colpi finanziari che
caratterizzarono i primi anni di questo secolo sono
difficilmente superabili per la scrupolosa cura della
preparazione e per il virtuosismo psicologico. (......) Non
bisogna fraintendere il termine “gioco” (che) non implica
necessariamente un divertimento. (.......) La stessa cosa vale
per il verbo “giocare”, come ha imparato a sue spese chi ha
“giocato” forte a poker o in borsa. L’antropologo sa quanto
possono essere seri, addirittura gravi le conseguenze di certi
giochi. Il gioco più complesso di tutti i tempi, il
“Cortigiano” così ben descritto da Stendhal nella Certosa
di Parma , era mortalmente serio. Il più sinistro di
tutti, ovviamente, è “la guerra.” Eric Berne, A che gioco
giochiamo, pag.55 e segg. Bompiani, seconda edizione dei
Saggi, Milano 1981. [2] La globalizzazione è un fenomeno al
quale bisognerebbe guardare con molta maggiore logica di
quanto non appaia accadere al momento. La mia sensazione è che
gran parte della drammatizzazione del fenomeno sia dovuta
proprio alla circostanza che non si pensa con il necessario
approfondimento a cosa esso effettivamente rappresenta ed a
cosa rappresenterà nel futuro. Per esempio, tutti sembrano
pensare che “globalizzazione” sia sinonimo di “appiattimento
culturale” e di “annientamento dei più deboli”. Non è così. E’
sempre possibile che questo accada, ma a mio parere la
contestualità della comunicazione (la comunicazione in tempo
reale) – e quindi della informazione e della persuasione – può
anche essere considerata come una opportunità per la
affermazione, per esempio, di tutte quelle piccole e medie
imprese che sapranno meglio rispondere alle istanze di
“affermazione individuale”, e che quindi non sono affatto
destinate a sparire; e, anche, di quella cultura che,
nell’ambito di un più vasto movimento di unificazione- e
quindi di modifica contestuale di tutte e di ciascuna cultura
- tenderà a conservare le caratteristiche della cultura
originaria, tramandandone i valori. Che è una delle funzioni
della storia in risposta ad una tra le più nobili pulsioni
della società: la conoscenza e la valorizzazione non
competitiva delle proprie radici. [3] L’immagine è anche definibile come “il
modo con il quale è vissuto un Paese, un individuo, un
prodotto o un’altra qualsiasi cosa da parte del soggetto che
con questo sono in qualche modo in rapporto.” Ed è in gran
parte l’immagine a determinare il modo di porsi di ciascuno di
noi di fronte all’altro. E dunque anche di ciascun Paese nei
confronti di un altro Paese, di un fedele di una religione nei
confronti dei seguaci di un’altra diversa religione. E
l’immagine è un prodotto il cui scambio va gestito con il
massimo della professionalità. Vedasi in proposito il mio
Il marketing e la comunicazione nel terzo millennio, Franco
Angeli, Milano, 2002 14a edizione, pagg. 246 e segg..
Quanto nel saggio citato viene riferito alla impresa è
esattamente trasferibile sul piano della politica, della
gestione degli Stati, della attività di qualsiasi struttura,
sotto qualsiasi cielo in qualsiasi momento. [4] Da ormai quasi quaranta anni m i batto
perché si comprenda che il marketing è “la gestione delle
transazioni, di tutte le transazioni, di tutti gli scambi”,
quale che sia la natura di essi, del prodotto che ne è
oggetto, del luogo nel quale avvengono, del tempo, dei
soggetti che partecipano, protagonisti o antagonisti. ( Il
marketing e la Comunicazione...., cit., pagg. 45 e segg.).
Purtroppo, ancora oggi c’è chi ritiene che il marketing sia
costituito solo dalla pubblicità, dalle ricerche di mercato e
dalle attività promozionali. [5] Ricostruire il “prodotto immagine” è
un’operazione di una difficoltà assoluta e dai costi
elevatissimi. Una buona ragione perché si stia tutti e sempre
particolarmente attenti, dal momento che l’immagine si
deteriora con facilità estrema (di solito), e una “cattiva
immagine” oppure una “immagine non in linea con i nostri
obiettivi” rendono questi irraggiungibili e la gestione degli
scambi, se non disastrosa, certo non in linea con le utilità
sperate. [6] Ogni prodotto, bene o servizio che sia,
ha sul “mercato” di riferimento un suo ciclo di vita, espresso
dalla curva di Gauss. Il prodotto viene ideato, nasce sul
mercato (luogo dello scambio), cresce, raggiunge la maturità,
arriva alla vecchiaia e, infine, si avvia verso una morte
(uscita dal mercato) più o meno rapida e più o meno dolorosa.
Perché tutto questo, che si assume ovvio per i beni soggetti a
scambio di tipo economico (in buona misura, la vendita) non
dovrebbe essere altrettanto vero ed ovvio per qualsiasi altro
prodotto, oggetto di qualsiasi altro scambio? Non
dimentichiamo mai che la vendita è una delle categorie dello
scambio, ne fa parte e si distingue dagli altri tipi di
scambio per essere di tipo economicamente valutabile e per la
sua “causa” propria ,costituita dallo scambio della cosa
contro prezzo. Sulla teoria dello scambio vedasi, per la
impostazione teorica, il mio Marketing e comunicazione nel
terzo millennio, FrancoAngeli, Milano, 2002 e, per i
risvolti operativi più specifici, il mio Product
Management, FrancoAngeli, Milano, 2001[7] Mi pare che la storia, che nulla mai ha
insegnato, abbia però segnalato che le dittature, i governi
forti, in genere sono guidati direttamente o fortemente
condizionati da militari. Ora, i militari, sopra tutto se
bravi e sopra tutto se di carriera, sono condizionati da una
formazione senza la quale le “forze armate” non potrebbero
essere garanzia di difesa e, se del caso, di offesa. Questo
tipo di formazione, impartita nelle accademie militari e
capillarizzata attraverso le caserme ed i caporali di
giornata, il più delle volte fa a pugni con ogni e qualsiasi
capacità di ragionamento, di disegno delle alternative, di
individuazione degli obiettivi diversi possibili, orientata
come è alla strategia ed alla tattica in vista dell’obiettivo
finale: la vittoria e la sottomissione del “nemico”. Dare la
parola alle armi significa rinunziare ad ogni altro tipo di
ragionamento e di comunicazione. E se non si è capaci di
comunicare in altro modo, è la sola possibilità, il solo
orizzonte. I militari hanno, in genere, un solo orizzonte. La
politica – gestione della cosa pubblica – di orizzonti
dovrebbe averne un numero infinito e, tra questi, dovrebbe
avere la capacità di scegliere il migliore e di renderlo
raggiungibile. Oltre a ciò, ed a quanto sul piano concreto ne
segue, una annotazione meno drammatica, ma non meno vera:
avete mai notato come la divisa in sé abbia un potere immenso
su chi la indossa? Lo trasforma immediatamente in un
“detentore di un potere che va esercitato attraverso la
imposizione”. E via dicendo, fino alla moltiplicazione dei
simboli del potere stesso, spesso vicini alla stupidità e al
ridicolo: il passo di parata è uno di questi.. [8] E’, questo, uno dei drammi della
attività di consulenza. Il consulente, professionista singolo
oppure organo di una struttura complessa che sia, si trova
troppo spesso (quasi sempre) di fronte ad un dilemma:
scegliere tra un comportamento oggettivamente etico e dunque
trovarsi su di un versante diverso da quello occupato dal
cliente, oppure "giocare” con quest'ultimo. Nel primo caso,
difficilmente egli riuscirà a conservarsi il lavoro, per cui
la seconda scelta – attaccare il cavallo dove vuole il
padrone- è quasi obbligata. Penso che più di un collega
consulente possa suffragare questa affermazione. Io
personalmente ricordo con particolare raccapriccio la
affermazione – messa per scritto – del responsabile di una
struttura particolarmente votata alla tutela dell’etica
(perché nata per questo) secondo la quale (affermazione) “il
consulente cui vengono affidati compiti di controllo
amministrativo deve controllare soltanto quello che gli indica
il responsabile ed attivarsi soltanto in quella direzione”.
Solo per inciso: l’autore della lettera si pone come
inflessibile giudice dei comportamenti etici degli operatori
del sistema di riferimento. E, sempre solo per inciso, il mio
rifiuto ha prodotto l’ovvio risultato. Per non parlare, poi,
dell’etica secondo i dirigenti degli enti e delle strutture
pubbliche. [9] “Negli Stati Uniti un manager è
disposto ad andare in missione all’estero sulla base di una
serie di incentivi, di fringe benefit che un manager
giapponese non si sognerebbe di chiedere. Mentre il manager
anglosassone è ispirato da un atteggiamento individualistico,
frutto di un’etica calvinista esasperata, con una spiccata
propensione per il “Self”, l’ego competitivo, nel sistema del
Levante il connotato prevalente è quello del gruppo,
collaborativo e corporativo.” Edward Luttwak, Etica
oggettiva? In Etica e Impresa, a cura di Ivan Rizzi, I
quaderni di Banca Europa, 2002 Stampa Inedita, Milano
[10] “ I segni della immoralità, della
corruzione, non sono troppo difficili da riconoscere: in una
azienda dove il proprietario non paga le tasse, perché fa il
furbo, si fa fotografare su yacht circondato da scontati
simboli dell’opulenza, non ci si può nascondere dietro un “non
sapevo”; pensiamo agli uffici acquisti delle aziende, è
notorio come capiti molto spesso, troppo spesso, che chi vi si
trovi a lavorare per qualche misteriosa circostanza
arricchisca improvvisamente sostenendo un tenore di vita
inconciliabile con la sua funzione. Però, si può decidere di
vivere una vita aziendale più etica, di seguire un tenore di
vita più sobrio, rispettando regole non solamente giuridiche,
ma di decenza, in alternativa ad un’economia che riduce i
rapporti umani al potere, ai soldi, che offre un’immagine
banale di sé.” Luttwak ,cit., ivi Aggiungo: tra i segni
della immoralità, il nepotismo e il ripagare con le risorse
della struttura (stipendi, straordinari, premi, avanzamenti di
carriera) favori sollecitati e ricevuti, di qualsiasi tipo. E
ancora – e concludo – il contrario: la punizione inflitta per
il rifiuto alla connivenza. [11] “La politica non si fa in piazza,
bensì nei luoghi deputati e non bisogna cedere alla “piazza”;
il governo eletto deve esser lasciato governare........” sono
più o meno le affermazioni, non nuove, riprese dal Presidente
del Senato in occasione del meeting di Comunione e Liberazione
a Rimini, il 18 agosto ’02. Queste argomentazioni – e quelle
simili – hanno solo una parvenza di logica. La sovranità è del
popolo, lo dice la nostra costituzione; la piazza è un “luogo
di comunicazione” ; il nostro è un Paese (si dice) libero e
democratico; al popolo bisogna riconoscere la qualità di
“organo” della Stato. (Vedasi il mio “ nonostante, si può
fare: proposte per tentare il marketing della politica.
Viennepierre, Milano, 1993). Il popolo ha tutto il diritto
di riunirsi in piazza e di manifestare. Che significa
“comunicare” e inviare messaggi più o meno chiari a coloro
che, in Parlamento, concretano i fatti di gestione della cosa
pubblica. E in un mondo competitivo quale è quello in cui
viviamo, diviene meno influente di quanto non possa a prima
vista apparire anche la circostanza, reale, della sempre
possibile e quasi sempre presente manovra” della massa da
parte di alcuni gruppi interessati. Il problema è ancora una
volta di natura etica (etica del comportamento delle masse e
di coloro che se ne servono). Ad esso, si affianca un problema
di efficienza ed efficacia della “comunicazione di piazza”. Ma
tutto questo non significa affatto che in piazza il popolo non
possa fare politica e neppure che la politica sia confinata
nei palazzi del potere. [12] In Italia, le ferie sembrano essere
un valore assoluto, di fronte alla affermazione ed alla tutela
del quale tutto passa in seconda linea. Persino
l’amministrazione della giustizia e il rispetto della libertà
e dei diritti dell’uomo. E’ il caso, scoppiato nella imminenza
del ferragosto, del giornalista Stefano Surace, settantenne,
in carcere da alcuni mesi per diffamazioni a mezzo stampa
commesse più di trenta anni orsono, arrestato il 24 dicembre
2001 per scontare una pena definitiva a due anni sei mesi e
dodici giorni di reclusione ( fonte: Corriere della Sera ,
14 agosto 2002) e per il quale la difesa ha chiesto la
scarcerazione e il giornalista la detenzione domiciliare per
motivi di salute. Il Tribunale di Napoli ha opposto la
chiusura per ferie e quindi se ne sarebbe riparlato – forse –
in questi giorni di settembre. I giudici avrebbero affermato
il proprio diritto al riposo annuale; il giornalista avrebbe
trascorso all’ombra riposante di una cella questi giorni dal
tempo insicuro e problematico. Le cose pare abbiano preso una
piega diversa a seguito del passaggio della competenza da
Napoli a Milano e del trasferimento di Surace dal carcere di
Ariano Irpino a quello di Opera. Può, quindi, essere accaduto
che.... Non lo so. So soltanto che i due fatti –attesa a
settembre per la risposta agli Stati Uniti e la stessa cosa
per la istanza di scarcerazione per il giornalista – hanno
certamente in comune almeno questo: la cultura dell’egoismo
personale, della assenza di solidarietà, dello spirito di
servizio. Almeno da parte di alcuni qui da noi in Italia,
patria del diritto e culla della civiltà. [13] Non illudiamoci: nelle azioni
terroristiche, come nella attività di guerra dichiarata ed in
quelle di guerra non dichiarata, il punto è che non esiste
limite alla brutalità. Se la differenza tra guerra e
terrorismo è che nella prima esistono delle regole (si dice);
e se la mancata osservanza di queste regole concorre a
trasformare la prima nel secondo, ebbene: il “diritto di
guerra” è un (lodevole, forse) tentativo per rendere meno
stupidamente violenti i comportamenti dei belligeranti, ma
rimane, appunto, un tentativo. Quando è in gioco la vittoria
finale, tutti i trucchi e le azioni, anche le più esecrande,
vanno bene. Purché si vinca. Perché a quel punto – in caso di
vittoria – il vincitore forgia il proprio sistema giuridico e
ciò che sarebbe stato immorale ed esecrando diviene lecito ed
eroico ed ammirevole e da premiare. E viceversa: in caso di
sconfitta....... [14] Attenzione: anche per le strutture
formative, così come per le imprese e per il comportamento
etico dei manager, esistono segni facilmente riconoscibili.
Tra questi, l’assegnazione degli insegnamenti a persone che
non si sono mai o quasi mai occupati della materia e che,
comunque, non lo hanno fatto con la profondità necessaria per
l’insegnamento all’università. Esistono decine di “professori”
che, avendo poche idee e confuse della materia che insegnano,
ricorrono a sotterfugi, i più diversi, pur di galleggiare. E
l’hanno ottenuto, l’insegnamento, o in virtù di un privilegio
– l’essere in qualche modo organici alla università, pur in
settori diversi dalla materia specifica – oppure per aver
navigato nel mondo sopra tutto del pubblico raggiungendo una
certa notorietà o, più semplicemente, per banalissimo
nepotismo. E il bello (il tragico) è che costoro, subito
indossata la divisa del potere, dimentichi così della propria
ignoranza come del titolo di studio (quando c’è) ottenuto con
sotterfugi vari (dalla tessera di partito alla raccomandazione
al pagamento) divengono esigentissimi torturatori di allievi
innocenti, come se non bastassero i danni inferti a questi
attraverso una formazione quanto meno discutibile. [15] A. De Maio, Pedagogia dell’etica, in
Etica e Impresa,
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