Numero 71 - Settembre 2002
LA CATTEDRA
d i   S T O R I A   i n   n e t w o r k

Lezione del prof. Paolo M. Di Stefano
docente di marketing

nell'Università per stranieri di Perugia
11 SETTEMBRE 2002

LA GESTIONE DEL DOPO
FRA ETICA,
POLITICA E AFFARI
1. Tre notizie........
L’agosto 2002 si apre con tre notizie di particolare rilievo, comunque destinate a tenere banco per molto tempo. Queste:

  1. Il Presidente degli Stati Uniti s’impegna per leggi più severe per la punizione dei manager che in qualche modo abbiano dimostrato disonestà nella gestione delle società quotate in borsa. Attenzione. Non è il comportamento dei manager a fare notizia: furbizia e disonestà sono da sempre alla base della massimizzazione del profitto (“pecunia non olet” e “business is business” hanno caratterizzato millenni di storia dell’umanità: delinquente non è colui che massimizza il profitto, quale ne sia il modo, ma colui che si fa scoprire). La vera notizia sembra essere quella che il Presidente di una Nazione tradizionalmente liberista e liberale, custode (almeno in apparenza) del libero mercato nella sua espressione più ampia, in qualche modo cominci a comprendere che “libero mercato” non significa assenza di limiti e neppure licenza di rubare. Almeno, non di rubare agli azionisti.
  2. Sempre il Presidente Bush chiede a noi europei forze militari che aiutino gli States a procedere in Afganistan lungo la difficilissima strada della lotta ad un terrorismo che si è rivelato sempre più presente e sempre più sfuggente. Il che ha almeno due significati. Il primo, e forse il più importante, è che in Afganistan è ancora molto (tutto?) da fare; il secondo è che, se vogliamo, noi europei, continuare a beneficiare del traino da sempre costituito dall’economia degli Stati Uniti, è ora che ci accolliamo alcuni precisi sacrifici. E l’aver rimandato a settembre la discussione da parte del nostro Parlamento significa anch’esso qualcosa.
  3. Israele procede imperterrito a cavalcare la “lotta al terrorismo” in pratica annullando ogni speranza di pace anche attraverso la sistematica rioccupazione dei territori di proprietà dei Palestinesi, e il Presidente Bush pare avere l’intenzione di riesaminare (almeno) l’uso di alcune delle armi fornite a titolo di mezzi di difesa e non di offesa. Non è chiaro, al momento, se Bush riuscirà ad intervenire, né a quale livello e con quale risultato. Perché in realtà gli Stati Uniti appaiono molto condizionati da un alleato che li mette costantemente di fronte al fatto compiuto e che dimostra di tenere in nessuna considerazione non soltanto l’opinione pubblica mondiale, ma neppure quella dei milioni di ebrei sparsi nel mondo.


2......e un gioco[1].

Poi, una previsione, peraltro almeno apparentemente giustificata da un impegno e una minaccia precisi: un nuovo attentato celebrativo di quello che l’11 settembre 2001 ha visto polverizzarsi le due torri, simbolo di uno Stato e di un sistema economico e sociale. E da qui, un gioco nel quale tutto il mondo in qualche modo si esercita: formulare ipotesi sul nuovo attentato non tanto in termini di “se ci sarà” (cosa che sembra si aspettino tutti), quanto di “dove” avverrà e di “che cosa” accadrà. Anche il “chi” si attiverà è piuttosto nebuloso, come peraltro è nebulosa la principale sospettata Al Qaeda, mentre l’idea del “dove”, pur nella consapevolezza che tutto è possibile in ogni parte del mondo occidentale, ha in primo piano ancora una volta gli Stati Uniti. Il “perché” è dato per scontato. Ed è per questo, perché qualcosa viene “dato per scontato” che propongo di cominciare dal gioco. Un gioco di ruolo, nel quale più o meno palesemente ci si mette dal punto di vista delle potenziali vittime dell’attentato. Con una avvertenza particolare: esistono poche cose così serie come i giochi in genere e questi in particolare. Sono tanto seri e impegnati che sono giocati ad ogni livello, in ogni occasione e costituiscono l’ossatura portante dei rapporti sociali e quindi della società stessa. Saper giocare significa, anche sapere essere. E per saper essere, è essenziale disporre delle conoscenza necessarie (metodologiche e dei fatti) perché il gioco sia corretto e correttamente condotto. Vuol dire che il gioco può essere – e di fatto è – un momento formativo che, se opportunamente condotto, contribuisce al modo di essere di ciascuno di noi. In particolare, un “game” avente per materia Ben Laden, Bush e gli attentati, realizzato con estremo tempismo dalla Maspa Italia, è stato sperimentato con successo dagli studenti della facoltà di scienze politiche della Università Statale di Milano: gli studenti si sono appassionati a scoprire le implicazioni che ogni loro decisione comporta e, sopra tutto - credo – a navigare nel mondo della logica propria dei modelli matematici. Tutto è gioco. Anche quanto è accaduto alle Torri gemelle e quanto accade e accadrà tra Ben Laden e Bush, tra Bush e Saddam, tra Bush e Arafat, tra Arafat e Sharon...., in proprio o quali rappresentanti di gruppi economici, di religioni, di partiti politici, di Stati e Nazioni. Tutti giocano; tutti giochiamo. A tutto. Ma sopra tutto a fare la guerra. Il gioco più interessante e, forse, anche il più divertente. Sembra. Perché il potere.......

  1. “E’ chiaro: un attentato ci sarà”.
E allora, intanto una osservazione che definirei metodologica: nulla dovrebbe essere mai dato per scontato, neppure in presenza di elementi che appaiono (e forse sono in realtà) chiari ed inequivocabili. Sopra tutto quando si tratti di eventi che, grazie anche agli aspetti più concreti e reali della globalizzazione[2], vedono in fondo divenire di scarsa importanza i confini di luogo, di tempo e di ambiente socio culturale, niente può definirsi e descriversi in modo più o meno automatico, scontato, appunto. In un certo senso, neppure il soggetto attivo o l’intenzione. E invece, ciò sembra non accadere. “E’ certo” che un attentato celebrativo ci sarà; “è certo” che a compierlo saranno seguaci dell’Islam; “è certo” che avverrà negli Stati Uniti . E già da tempo sono state prese misure che dovrebbero se non impedire almeno limitare i movimenti degli attentatori, e con essi, i danni conseguenti all’azione. E sembra che queste abbiano per oggetto sopra tutto la sicurezza dei cieli americani.

1.1. Il dove: Where? La certezza che il rischio riguardi sopra tutto gli USA consente agli altri Paesi di godere di una relativa tranquillità. Non si tratta della certezza della immunità, ma di una “scarsa o minore probabilità dell’evento”, questo sì. E dunque, vigilanza, ma non eccessivamente fuori dalle norme tradizionali di sicurezza. Con una conseguenza immediata possibile in termini di opportunità per i terroristi: nell’ipotesi, sarebbe più facile colpire obiettivi italiani, francesi, tedeschi, inglesi o di qualsiasi altra nazione che non obiettivi americani. Intendo dire che se un attentato celebrativo e devastante deve esserci – e, ripeto, sembra che Al Qaeda l’abbia promesso per questi giorni – “non è scontato” che avvenga sul territorio statunitense. Non è impossibile che una valutazione tra costi e ricavi (impegno umano e finanziario da un lato e risonanza ed effetto distruttivo dall’altro) porti a scegliere un obiettivo posto in un Paese diverso, e neppure direttamente collegato con gli Stati Uniti. Le due Torri, le torri gemelle di New York, erano certamente un importante punto di riferimento, conosciuto, ammirato, forse invidiato. Ma, probabilmente, almeno prima dell’attentato, non più della Tour Eiffel a Parigi, o della Basilica di San Pietro e del Colosseo a Roma oppure ancora della Chiesa di San Basilio sulla piazza Rossa di Mosca, del museo Hermitage a San Pietroburgo, del Prado a Madrid, degli Uffizi a Firenze, del Mont Saint Michel in Normandia, della città tutta di Venezia o della sola basilica di San Marco, della Cattedrale di Santo Stefano a Vienna, dei centri storici veri gioielli di tante città europee, del teatro alla Scala di Milano.....Dice: ma un attentato in uno qualsiasi di questi luoghi e ad uno qualsiasi di questi monumenti non avrebbe gli stessi effetti dirompenti di un’azione condotta al cuore dell’impero. E probabilmente è vero, ma ancora una volta, non lo darei per scontato. Gli States sono anche una immagine[3], una certezza economica ed uno scudo difensivo; sono il castello del signore nelle cui mura si rifugia il moderno contado per essere al sicuro, una volta chiuse le porte, riempiti d’acqua i fossati, colmati i magazzini di cibo e bevande ed alzati i ponti levatoi. E il signore che non riesce a dare sicurezza ai villici ed al contado è un fallito: perde di immagine e la fedeltà dei sudditi diviene quanto meno precaria, mentre aumenta la propensione al “fai da te” o quella di mettersi sotto l’ala di un concorrente. Io credo che un eventuale attentato che colpisca in uno qualsiasi dei Paesi che fanno parte della costellazione americana e del gruppo dirigente di secondo livello della economia occidentale (il primo livello essendo costituito dagli americani) avrebbe proprio questo effetto: infliggere un colpo, forse mortale, alla immagine dello Stato guida. E le stelle del sistema potrebbero iniziare la via della fuga da un centro che li attrae con forza sempre minore, perché non più in grado di assicurare la soddisfazione dei bisogni di sicurezza, almeno di quelli relativi al mondo esterno. Quanto meno, non è più in grado di assicurarla con la intensità desiderata. Da questo punto di vista Maslow, l’economia ed il marketing[4] insegnano: se i bisogni relativi alla sicurezza non sono soddisfatti, la soddisfazione dei bisogni di livello ulteriore tende a bloccarsi e l’economia a divenire pura economia di sopravvivenza, e la sopravvivenza stessa a divenire precaria. E in genere alla perdita di sicurezza esterna si accompagna il progressivo deteriorarsi della sicurezza interna, con l’effetto del sempre più accelerato processo di affermazione degli egoismi individuali. Con tutto quel che segue anche in termini di conquista e di mantenimento del potere. La storia ricorda decine di casi di conquista del potere attraverso l’argomentazione della difesa o della riconquista della sicurezza e, più in particolare, di quella economica e militare: grosso modo, della sicurezza interna e di quella esterna. E tutto questo è vero anche quando la sicurezza – non soltanto quella economica – è in tutto o in parte delegata ad un Paese che si ritiene si sia dimostrato incapace di garantire la propria e dunque si suppone impotente ad occuparsi con risultati soddisfacenti di quella altrui. E verso il quale – tra l’altro- si è in qualche modo debitori anche della propria libertà. E non c’è nulla di così difficilmente sopportabile come la gratitudine. Possibile conseguenza: la diaspora e, con essa, il disfacimento del sistema. Proprio perché gli individualismi – quelli di ciascun Paese come quelli dei singoli – tendono a prevalere e la cultura degli insiemi, della unità, del sacrificio personale in vista dell’obiettivo assorbente di una utilità sociale superiore non sembra forte a sufficienza per vincere gli egoismi. E’ proprio necessario ricordare che il degrado dell’immagine degli Stati Uniti è già iniziato e sembra rivelarsi in progressiva accelerazione?

1.2. Il perché: Why? Se così fosse, se, cioè, fosse veramente iniziato il processo di disgregazione della immagine degli Stati Uniti come nazione guida e scudo sicuro, perché compiere ulteriori attentati? Non avrebbero, gli attentatori, già raggiunto gli obiettivi? Il che significa porsi la domanda se sia proprio “scontato” che un attentato debba avvenire. Molto dipende dalla cultura degli attentatori. Se parliamo degli stessi che hanno abbattuto le due torri, un dubbio è legittimo. Questi hanno dimostrato capacità organizzative che sottintendono, oltre ad una grande disponibilità di fondi, una cultura gestionale (di marketing) e organizzativa non comune. Se così è, non possono ignorare che il processo di degrado del sistema è in moto e che difficilmente potrà essere bloccato. E che, comunque, nella ricostruzione della immagine[5] sia gli Stati Uniti che i Paesi che ne fanno parte dovranno impegnare risorse imponenti, anche di tempo. In altre parole, possono ritenere di aver vinto. E dunque, di aver solo bisogno di azioni di mantenimento, dal momento che non ignorano che al vincitore non conviene riposare sugli allori. E queste “azioni di mantenimento” non è detto che debbano avere la stessa natura e la stessa intensità della “attività di lancio”. Il massimo sforzo, cioè, potrebbe essere stato già compiuto. Il resto, sarebbe affidato ad azioni che, con quella iniziale, avrebbero in comune soltanto l’obiettivo di ricordare che il sistema economico e sociale che si vuole colpire è marcio, inaffidabile, va cambiato. E non dà sicurezza, a nessun livello. Ed anche questo potrebbe essere in atto. Gli ultimi eventi della economia statunitense possono essere letti proprio anche in questa chiave: il sistema è marcio, inaffidabile, va cambiato. Al Quaeda o chi per essa aveva ragione: la punta emergente dell’iceberg del marcio nella economia statunitense è lì a dimostrarlo. E le vicende dei grandi scandali economici hanno preso il posto, sui mezzi di comunicazione, della guerra afgana e non solo.

1.2.1. Una parentesi: la comunicazione E a questo punto credo che si possa ragionare attorno ad una ipotesi paradossale, almeno in apparenza. Questa: si potrebbe sostenere che la circostanza per la quale dell’Afganistan, della guerra in corso, delle difficoltà degli americani si sia teso a parlare sempre di meno in fondo costituisca una spinta al compimento di azioni dirompenti. Se l’obiettivo finale è costituito dalla distruzione dell’immagine del sistema, basterebbe che i mezzi di comunicazione continuassero a raccontare la cronaca, mantenendo vivo il senso di insicurezza, e ulteriori attentati sarebbero praticamente inutili. Ma poiché sulla cronaca si tende a tacere, ecco che bisogna stimolare la comunicazione. Gli attentati, dunque, come modo per richiamare l’attenzione su fatti ai quali si va facendo l’abitudine e ai quali si dedicano spazi sempre minori nelle pagine sempre più nascoste. E l’attenzione della cronaca come possibile elemento per contenere l’entità della violenza. Maggiore è il grado di tensione creato, minore diviene la necessità di eventi sconvolgenti. A chi ha paura, basta un rumore notturno appena misterioso per passare al terrore. E un rumore notturno costa molto meno di un grande attentato. Dal che derivano due possibili conseguenze, anch’esse con qualche livello di paradosso. Una, che tra i complici di Al Qaeda potrebbero essere iscritti i mezzi di comunicazione che non mantengono elevato il livello di attenzione dei destinatari della comunicazione stessa; l’altra, che essi mezzi potrebbero essere considerati complici anche nella ipotesi che contribuissero a mantenere elevato il livello della insicurezza voluto e creato dagli attentatori. Come si fa si sbaglia, dunque? Naturalmente, no. O forse sì, ma c’è sempre una possibilità di sbagliare di meno e, a mio parere, il richiamo costante alle nuove insicurezze è un modo per “sbagliare di meno”. Sempre, naturalmente, che il perché del nuovo attentato sia da ricercarsi nel rinverdire il ricordo del primo e dare una ulteriore spinta al mondo occidentale sulla via della insicurezza. Da questo punto di vista, è pensabile una ulteriore possibilità. Quella che il (tempestivo!) ritrovamento di una intera nastroteca di Al Qaeda, sembra, con scene raccapriccianti, alcune, altre relative all’addestramento all’uso delle armi più diverse nelle più diverse situazioni sia (il ritrovamento) l’obiettivo di una strategia precisa: rinnovare il terrore attraverso il risvegliato interesse dei mezzi di comunicazione. Una pianificazione di gestione (di marketing) del prodotto “comunicazione” effettuato da professionisti. E da qui, una conseguenza anche sul “quando” dell’attentato eventuale: tutti l’attendono, e dunque non ora, quando le difese sono al massimo. La paura e l’insicurezza che montano avranno un proprio ciclo di vita, esattamente come qualsiasi altro prodotto. Al momento del loro minimo, quando la curva gaussiana[6] procederà spedita verso lo zero e la sicurezza ricomincerà a farsi strada grazie alla memoria sempre più corta ed agli egoismi personali sempre più forti, eccolo, l’attentato! E se così fosse, un’altra considerazione potrebbe essere questa: sempre paradossalmente, si potrebbe pensare che tra i migliori alleati di una Al Qaeda eventualmente lanciata verso grandi eventi catastrofici siano tutti coloro che, pensando in piccolo, ai propri interessi regionali, realizzano attentati e reazioni che catalizzano l’attenzione della cronaca e dei media occupando le prime pagine e, ancora una volta, contribuiscano a far sì che sia necessario “risvegliare il terrore globale” e ricordare che Al Qaeda è più grande. Una “grandezza” che, forse, dipende dall’entità dell’attentato compiuto più che dalle reali dimensioni della organizzazione, la quale potrebbe anche essere, numericamente e finanziariamente, meno forte e grande di altre. Ma ha generato un “prodotto” ritenuto “immenso”, “inaudito”, “nuovo” e “impossibile”: nel mercato del terrore, ha, almeno fino ad ora, conquistato la posizione del leader.


1.3. Il chi: Who? Ma perché proprio Ben Laden e Al Qaeda? C’è almeno una ulteriore possibilità da esaminare: non “è scontato” che gli autori dell’attentato alle due torri siano un corpo estraneo al sistema economico, politico e sociale del quale gli Stati Uniti sono il punto di riferimento. La mina che ha scoperchiato il forziere potrebbe anche essere stata messa in opera da operatori inseriti nel sistema stesso, interessati a provocare sconvolgimenti nel mondo economico per fini probabilmente di profitto “personale” e anche, magari, a portare allo scoperto affari e comportamenti che altrimenti non sarebbero mai venuti alla luce. O che sarebbero forse stati scoperti, ma in tempi troppo lunghi, probabilmente, per la affermazione di altri, diversi (o simili?) interessi. Non dimentichiamo mai che “business is business” sembra essere un credo incrollabile della nostra economia e che “in guerra ed in amor tutto è permesso” un modello operativo suggestivo quanto diffuso. Che significa, poi, che in economia si può combattere senza esclusione di colpi, così come in politica e per la conquista del potere. Purché si vinca. E purché si abbia l’accortezza di prepararsi una via di fuga nella deprecata ipotesi che la vittoria non arrida. Che è, poi, uno dei compiti svolti da un qualsiasi professionista del marketing, da un qualsiasi gestore di uno scambio qualsiasi. E l’attribuire agli estremismi religiosi questo come altri attentati o azioni terroristiche potrebbe anche essere in sé una “via di fuga”: la banale “causa economica” verrebbe non soltanto nobilitata da un obiettivo religioso, per quanto ripugnante e ingiusto, ma costituirebbe un’ottima copertura. E non dimentichiamo che la “lotta senza quartiere ai terroristi” viene, al momento, cavalcata da più di una organizzazione, da più di uno Stato, così come la lotta al “bieco imperialismo americano”, al fine di raggiungere i propri obiettivi. La qual cosa potrebbe anche far concludere che esistono almeno alcune decine di organizzazioni più o meno efficienti, in ogni parte del mondo, che possono compiere attentati anche di grande impatto. E che anche per queste Ben Laden e Al Qaeda possono assumere le funzioni dello scudo, della giustificazione ideologica e se del caso della via di fuga, esattamente come accade per quegli Stati che trovano nella lotta al terrorismo la giustificazione per violare i diritti di altri Stati e per accelerare i tempi dello altrui annientamento. Sembra che, oggi, basti definire “terrorista” una qualsiasi organizzazione o uno stato qualsiasi, e tutto è permesso. E così, forse ci sarà una nuova guerra contro l’Iraq, “protettore” dei terroristi; forse non si riuscirà a fermare Israele, “campione della lotta” contro i terroristi; forse, in tutte le altre parti del mondo, le minoranze “terroriste” saranno “giustamente” perseguite. Oppure, se guerra propriamente non sarà, saranno giustificati colpi di Stato guidati da nazioni straniere, diretti ad abbattere i leader attuali. Devo dire che trovo qualche analogia tra la proposta di provocare (e finanziare) un colpo di stato in Iraq diretto a sostituire Saddam Hussein e la richiesta americana (e israeliana) di un cambio della guardia in Palestina, con la cacciata di Arafat. Al qual proposito è forse lecito chiederci: perché cacciare Arafat e non (anche) Sharon[7]? Non è possibile che la pace in medio oriente passi attraverso un contemporaneo cambio della guardia, così in Israele come in Palestina?

1.4. Il quando: When? Pare l’abbiano promesso per settembre, il grande attentato, più o meno in coincidenza con l’anniversario della distruzione delle Torri gemelle. E probabilmente si tratterebbe della data più coerente con l’obiettivo. Anche perché si può pensare che in quel giorno l’attenzione e l’allarme saranno al massimo livello e tutti i sistemi di difesa al più elevato grado di efficienza. Ma è proprio questa circostanza che potrebbe guidare gli attentatori verso una data diversa, con questo in qualche modo riducendo i rischi che l’azione comunque comporta. Intendo solo dire che, ancora una volta, non è affatto scontato che esattamente l’undici settembre e, magari, esattamente alla stessa ora, si verificherà l'evento temuto. Chiunque siano, gli autori sanno che comunque il nuovo grande attentato – se avvenisse – sarebbe collegato al primo. E dunque, perché agire nel momento del massimo rischio ? Tra l’altro, sarebbe quanto meno ridotto l’effetto sorpresa. D’altro canto, riuscire a dar vita ad un grande evento nella stessa data e alla stessa ora del primo malgrado tutte le difese riuscirebbe a dimostrare superiorità organizzativa e operativa proprio sulla Nazione che in quanto a organizzazione e capacità operativa è ritenuta la migliore del mondo.

1.5. Il cosa: What? Se dovesse essere, sarebbe imponente. Anche questo viene dato per scontato. Ma così sarebbe solo nell’ipotesi che gli autori volessero dimostrare quella superiorità organizzativa e operativa cui ho fatto cenno poco più sopra. E questo non sembra essere il primo obiettivo, essendo assai probabile che la “causa” di un evento quale quello di cui ci stiamo occupando debba essere piuttosto di “mantenere elevato il grado di insicurezza, di preoccupazione, di paura”, magari unito alla dimostrazione che il nostro sistema può esser colpito come, quando e dove si vuole. In realtà, si potrebbe anche ipotizzare una pianificazione di azioni silenziose e difficilmente riconoscibili dirette, utilizzando il sistema socio - economico esistente, a penetrare nei centri del potere reale, appropriarsene e indirizzarne l’azione verso la sostituzione della attuale classe dirigente, magari anche facendo ricorso ai principi religiosi. Anche di questa possibilità esistono i segni: le guerre religiose in atto (sembra, unilaterali) in Pakistan e in altri Paesi potrebbero essere l’avvisaglia di una strategia diretta ad utilizzare richiami – quelli religiosi – più forti di quelli economici e comunque meglio in linea con gli intenti “moralizzatori” vantati da alcuni dei gruppi attivi nel mondo. E se così fosse, ecco che il rischio maggiore lo correrebbero i simboli del Cristianesimo – San Pietro e le grandi basiliche non soltanto romane, i Santuari ed i luoghi di pellegrinaggio – sempre che gli attentatori siano animati da integralismo religioso. Non dimentichiamo che due magnifiche, imponenti, in un certo senso commoventi statue di Budda sono state fatte saltare da fanatici talebani e la civiltà tutta ha perso un gioiello d’inestimabile valore.

1.6. Cui prodest? Chiedersi a chi veramente porti profitto un eventuale attentato celebrativo potrebbe essere un esercizio non inutile. E la mia opinione è che con buona probabilità un nuovo attentato porterebbe acqua al mulino della attuale classe dirigente americana la quale, duramente colpita nella propria credibilità sopra tutto a livello economico, potrebbe far dimenticare più di un problema in nome di una lotta senza quartiere a quel “terrorismo che – avete visto? - è sempre pronto a colpire e non consente vie alternative alla lotta senza quartiere. Prima di tutto e soprattutto.” E, poi, a tutti coloro che, in nome della lotta al terrorismo, cercano di prolungare la propria permanenza al potere. Ora, a me pare possibile che le grandi organizzazioni terroristiche questo possano comprenderlo. Così come credo siano in grado di capire che la causa di ciascuna di esse, se una causa esiste, non si giova certo di una immagine negativa, quale sarebbe – a livello planetario – quella di un nuovo grande attentato. Con un limite, però, concreto. Questo: l’ottica limitata ed egoista. Se i gruppi e le organizzazioni “terroristiche” hanno come punto di riferimento la conquista del potere per sé e in aree limitate e abbastanza bene identificate, allora l’azione dimostrativa ha concrete possibilità di essere realizzata. Ma in questo caso, l’eventuale attentato potrebbe (dovrebbe) non avvenire a livello planetario e, probabilmente, neppure contro gli Stati Uniti. Potrebbe (dovrebbe) avere la natura di un episodio di lotta a livello regionale e l’obiettivo di essere riconosciuto come tale. Pena, un elevato grado di disutilità. C’è comunque anche da considerare che esistono situazioni nelle quali la conquista del potere in una regione potrebbe passare attraverso attività svolte al di fuori della regione stessa, là dove, almeno in apparenza, risiede il potere economico che finanzia l’attuale potere regionale. Mi pare sia il rischio che si corre con quanto accade tra Israele e i Palestinesi. Sembra siano risorse statunitensi a consentire allo Stato di Israele di disporre dei mezzi di difesa e di offesa almeno in teoria assolutamente preponderanti. E allora, se così è, sarebbe poi così improponibile l’ipotesi che un qualsiasi kamikaze palestinese si faccia saltare in aria in piena Manhattan, magari in un’ora di punta? E, magari, attorno proprio all’undici settembre, non fosse altro che per accreditare una parvenza di unità di intenti tra gruppi terroristici. Tanto per elevare il livello di insicurezza creato. E, forse, ancora una possibilità: che la priorità antiterroristica spinta al massimo livello possa generare un movimento di alleanza tra gruppi fino ad ora caratterizzati da uno spinto individualismo allo scopo, riconosciuto comune, di abbattere “la guida del sistema” che si oppone alla presa del potere regionale oppure al mantenimento della situazione attuale. Dal che potrebbe ipotizzarsi anche uno scenario che veda, in parti diverse del pianeta, il compiersi di atti terroristici magari di portata non travolgente, ma contemporanei e coordinati. E dunque, forse pericolosi più ancora di un grande evento in un solo paese.

1.7. Quasi una conclusione Realisticamente, credo che la sola conclusione che si può trarre da quanto detto fin qui è che non siamo in grado di prevedere granché attorno a questo ventilato attentato. E, forse, attorno a nessun altro. Le risposte affidabili ai famosi 5W della gestione restano un sogno. Solo in presenza dell’evento saremo in condizione di sapere qualche cosa di più. Forse. La forza del terrorismo sta proprio in questo: che non consente previsioni di sorta, così esaltando quell’elemento sorpresa che in più di una occasione si rivela vincente. E’ forse anche per questo che, sicuri che nessuna altra via sia percorribile, ridotti alla disperazione e comunque certi che bisogna tentare tutto il pensabile, alcuni gruppi vi ricorrono e alcuni individui si convincono a sacrificare la propria vita per il raggiungimento della causa. La qual cosa potrebbe anche significare che se una via d’uscita venisse effettivamente offerta, la strada del terrorismo potrebbe essere abbandonata. Ma la via d’uscita implica il sacrificio e la buona volontà di tutti, senza eccezioni, e la consapevolezza che l’assoluta unanimità non è di questo mondo e non è realizzabile. L’obiettivo non potrà mai essere quello di una “giustizia sociale assoluta”, o di una “assoluta unanimità” sui mezzi utilizzati, ma quello di una “migliore giustizia sociale” sì, e magari raggiungibile con metodologie e processi condivisi dai più. Che è, poi, il principio della democrazia. E a mio avviso finché i segnali che il nostro mondo invia sono quelli di un progressivo arricchimento dei già ricchi e di uno speculare progressivo impoverimento degli altri, una “migliore giustizia sociale” (ma non solo) a livello planetario è destinata a rimanere quello che è: vuote parole e specchietto per le allodole.

2. Bilanci truccati e terrorismo. Non mi pare di aver letto o sentito da nessuna parte della possibilità che la scoperta dei falsi nei bilanci di alcune grandi società americane e la richiesta di (ulteriori) leggi che puniscano i responsabili siano in qualche modo in relazione con l’attentato alle due torri. Personalmente, credo che lo siano. Non fosse altro che per il fatto che quell’attentato ha, da un lato, creato concreti problemi all’economia non soltanto statunitense e, dall’altro, ha costretto la leadership americana a trovare un efficace diversivo alla attenzione sul passato del gruppo dirigente attuale. Il quale – a sentire gli esperti ed a leggerne le opinioni sui giornali specializzati – dovrebbe mettere in candeggina un comportamento pregresso (?) ed esibire un bianco di difficilissima realizzazione. Ed ecco, allora, prendere le distanze da comportamenti usuali, comuni, noti e condivisi fino ad un attimo fa. Ed è tornato di moda occuparsi di etica e collegarla con il comportamento dei manager e, per riflesso, con quello delle imprese.

2.1. Etica e affari Aldilà dell’opportunismo dilagante e ammorbante, a me sembra che uno dei problemi che fanno dell’etica in genere e di quella riferita agli affari in particolare un argomento più simile alla realtà delle paludi che a quella del marmo pregiato (come dovrebbe essere) sia l’uso generalizzato dell’etica al fine di trarne beneficio personale, unito ad una cultura quanto meno precaria e quindi ad una conoscenza dei principi etici parziale e probabilmente non oggettiva. Oggi sembra che ciascuno abbia un suo proprio sistema etico e che tenda a porlo come punto di riferimento di tutta la società, di tutto il gruppo di cui fa parte. A me pare che il primo problema sia proprio questo: una etica assolutamente soggettiva e apodittica che già a livello personale e di piccoli gruppi provoca quei danni che, riferiti a gruppi sociali più grandi fino all’intera umanità, si moltiplicano in numero e grandezza in rapporto alle dimensioni del mondo di riferimento. Che vuol dire che fino a quando sopporteremo – perché apparentemente poco importanti e apparentemente ininfluenti – comportamenti individuali contrari all’etica oggettiva, non riusciremo a risolvere i problemi etici riferiti ai gruppi sociali, di qualsiasi tipo e dimensione essi siano. E dunque, anche quelli riferiti agli affari ed al mondo delle imprese e della economia. E si badi bene: il singolo, oltre a ritenere di disporre di un sistema etico cui riferire i propri comportamenti, tende a porsi come parametro di riferimento del comportamento etico degli altri, e dunque a pretendere che gli altri si comportino come egli ritiene debbano fare[8]. Il che sarebbe giusto, se il sistema di riferimento fosse corretto e avesse come “causa” l’oggettivo “essere etico” della società; diviene, invece, pernicioso e immorale quando il sistema di riferimento è strutturato per il proprio personale tornaconto. Che è esattamente quanto accade – e resta generalmente impunito – in moltissimi casi di esercizio del potere da parte di personaggi che dell’etica si fanno scudo e in suo nome giustificano o tentano di giustificare comportamenti i più svariati. Dalla propria carriera[9] a quella dei propri “clientes”; dal “piccolo” furto costituito dall’uso personale delle risorse dell’ufficio, della struttura, dell’ente pubblico o privato che sia, al “grande furto” della distrazione di fondi, della corruzione, del falso in bilancio che, ricordiamolo, viene sempre, senza eccezioni, perpetrato per ragioni di potere e interessi personali propri direttamente ed esclusivamente oppure attraverso gli interessi di un più o meno ampio gruppo di riferimento[10]. E allora, non si tratta soltanto di punire i manager delle grandi società e in occasione dei falsi in bilancio. Si tratta di proporre un sistema etico, di far sì che venga accettato e, se del caso, di perseguire anche le più piccole violazioni. La tutela dell’etica deve avvenire con tolleranza zero. A qualsiasi livello, in qualsiasi circostanza, dovunque e verso chiunque. Sopra tutto nei confronti di coloro che si pongono come tutori e garanti di essa.

2.2. Etica e politica E questa ultima osservazione mi porta a ricordare che alla politica si può anche guardare come al momento (laico e terreno) supremo della affermazione e della tutela dell’etica. Intendo dire che se la politica è “la gestione della cosa pubblica” nell’interesse della società di riferimento, il comportamento etico di tutti, in ogni settore, è uno degli aspetti dei quali la politica deve occuparsi, e non può non farlo. A garanzia di un corretto modo di essere, di svilupparsi e di proiettarsi nel tempo della compagine sociale. Ecco: un primo problema è mettersi d’accordo su cosa intendiamo per “politica”, dal momento che, interrogati al proposito, politici e storici e comuni cittadini e uomini e donne e giovani e vecchi dimostrano di avere una concezione piuttosto nebulosa e molto variegata di un fenomeno - la politica, appunto – del quale però tutti parlano e di cui tutti, in un modo o nell’altro, sembrano occuparsi. Tutti, meno i giovani, pare. La qual cosa – il disinteresse dei giovani per la politica – letta in chiave di marketing potrebbe anche costituire una opportunità: se i giovani non si occupano di politica perché delusi dagli aspetti negativi di essa, giudicati preponderanti e irrimediabili; se i giovani snobbano la politica perché la ritengono inutile se non perniciosa; se i giovani non amano la politica perché indefinita, sfuggente, nebulosa, vaga, ebbene, questa è una grande opportunità, poiché indica una via precisa che la politica può (deve) seguire. Questa: creare fiducia nei giovani, dimostrando che la azione della politica è concretamente e costantemente rivolta a soddisfare i bisogni della società con priorità rispetto alla soddisfazione dei bisogni ed alla tutela degli interessi dei singoli ed a garantire, nella migliore delle condizioni possibili, il fluire del genere umano verso il futuro. Che è un principio etico, in nome del quale, ad esempio, la conquista del potere è strumento e non fine; i bisogni e gli interessi sociali (pubblici, generali) sono riconosciuti con certezza e rispettivamente soddisfatti (i bisogni) e tutelati (gli interessi); i “pubblici uffici” ed i “pubblici ufficiali” sono costituiti per questi scopi; la professionalità dei “pubblici ufficiali” è strutturata e tutelata per questo; la rappresentatività è un fatto concreto e di livello elevato; i comportamenti dei singoli non in linea con l’etica sociale e politica vengono, senza eccezioni di sorta, puniti. E via dicendo, fino alla affermazione, a mio parere di portata assolutamente generale e incontrovertibile, di una “responsabilità etica dei politici” descritta, perseguita e pretesa. Nei fatti, non a parole. Il che potrebbe anche significare una grande libertà di coscienza dei parlamentari in fase legislativa; una loro separazione dal partito di appartenenza nel momento della valutazione “etica” di quanto si sta facendo; una funzione di controllo di ciascun parlamentare sulla attività dei partiti, sui loro programmi, sugli uomini chiamati ad esercitare le diverse funzioni. Un popolo colto e formato in base a principi etici saldi sarebbe il referente naturale ed ideale. E, da questo punto di vista, acquisterebbe un reale significato anche quella “piazza” guardata con tanto sospetto e, talvolta, con disprezzo da alcuni politici (?)[11]. In tutto questo, l’etica politica si porrebbe anche come base, giudice a garante della etica degli affari, e potrebbe farlo con piena legittimazione.

3. Politica e solidarietà Nel mondo della politica un posto apparentemente certo e saldo, in realtà piuttosto precario e casuale, occupa la solidarietà, complesso di buoni sentimenti (tanti) e azioni (poche) aventi lo scopo di aiutare coloro che, in genere (ma non necessariamente) più deboli di noi, sembrano averne bisogno. E’ un sentimento appagante in sé, la solidarietà! Basta avvertirlo, e ci sentiamo subito in qualche modo appagati, lieti della nostra bontà. Se poi, addirittura, riusciamo a fare la carità al povero all’angolo; a dare un obolo al ragazzino al semaforo; a versare un contributo qualsiasi ad una organizzazione benefica; a far parte di una organizzazione no profit.......; se riusciamo a fare una qualsiasi di queste cose, la nostra coscienza sociale è appagata, e ci riconosciamo come benefattori della umanità tutta intera. Un problema sembra costituito dal sacrificio che, in genere, un gesto di solidarietà comporta: quanto meno, la dimensione di esso tende sempre a costituire il limite del nostro operare. Ed è giusto – perché naturale – che sia così. Occorrerebbe però ricordarsi che la disponibilità al sacrificio è anche o sopra tutto un fatto di cultura e che, quindi, da un punto di vista gestionale, il livello della disponibilità nei confronti degli altri – singoli o struttura sociale – è programmabile e perseguibile. Può essere oggetto di un vero e proprio piano di gestione o di marketing, di una attività di formazione a livello individuale. Le persone educate alla solidarietà ed al sacrificio sono o dovrebbero essere in grado di dar vita ad una società “solidale” in sé, nei confronti dei suoi membri così come nei confronti degli esterni. E le conseguenze, in un mondo che si è ormai – dicono – globalizzato dovrebbero consistere in un generale e generalizzato senso di solidarietà. Che vuol dire anche – è ovvio – una proporzionale riduzione dell’egoismo in genere, di quello degli individui cosi come di quello degli Stati.

3.1. La solidarietà internazionale Da questo punto di vista – della solidarietà tra gli Stati – mi pare di poter affermare che noi europei e italiani, in questo momento, non stiamo facendo una bella figura. Agli Stati Uniti che chiedono una partecipazione attiva a quella guerra d’Afganistan che si prospetta infinita, noi abbiamo cominciato coll’opporre una questione di tempo: se ne riparla (forse) a settembre, alla riapertura delle Camere dopo le ferie estive[12]. A me pare che si possa anche pensare – visto quello che è accaduto per la legge sul legittimo sospetto – che la solidarietà internazionale in genere e quella con gli Stati Uniti in particolare siano considerate, in Italia, di secondo momento di fronte ad un problema impellente quale è quello della legittima suspicione. Io, figlio di un magistrato, laureato in giurisprudenza, avvocato, posso affermare di aver perso molto della mia fiducia nella giustizia e di sapere esattamente il perché e il quando questo è accaduto (il che non vuol dire che io abbia ragione e neppure che tutti debbano pensarla come me), ma non credo che la maggioranza degli italiani abbia il problema di sottrarsi al giudice naturale, così come non credo che la modifica di questa parte del codice abbia, a livello sociale, il grado di urgenza che le è stato riconosciuto ed al quale si è risposto con sedute e votazioni notturne. Mentre credo che la dimostrazione dell’egoismo personale e statale sia stata data in modo più che palese. Tutto questo potrebbe anche non essere oggettivamente vero, ma rimane comunque un fatto che l’immagine proiettata dai politici sia a livello statale che internazionale non ne esce certamente alla grande. Noi italiani dobbiamo in gran parte agli Stati Uniti d’America il nostro essere oggi una grande potenza. Vogliamo dimostrarci grati di questo? Che non vuol dire rinunciare a discutere i tempi ed i modi di una qualsiasi azione. Significa solo dimostrarci disposti a dare l’aiuto richiesto, anche, se del caso, insistendo perché, oltre a continuare a cercare Ben Laden e i suoi, si operi per modificare quello che non va nel sistema socio economico che ci accomuna. Gli Stati Uniti, ripeto, meritano solidarietà e gratitudine: due sentimenti che dovrebbero avere più di una connotazione oggettiva e che, per questo, dovrebbero prescindere da valutazioni eventualmente negative su alcuni (pochi o molti che siano) comportamenti dell’altro. L’esempio – clamoroso- di una nazione (gli States, appunto) che non ha ritenuto opportuno aderire alla Corte Penale Internazionale come, prima, non aveva aderito agli accordi di Kyoto è senza dubbio un sintomo , inquietante, dell’egoismo degli americani, il cui principale (e forse unico) pensiero sembra essere quello del proprio sviluppo e dello sviluppo della propria economia, secondo il proprio modello. Una dimostrazione di egoismo la quale, però, non dovrebbe fermare la nostra disponibilità. So che quanto dirò potrà essere giudicato utopistico, ma io continuo a credere che il buon esempio costituisca il mezzo migliore per la formazione e per il convincimento. E credo di sapere, quindi, che il moltiplicarsi degli esempi positivi porterà presto o tardi ad una sorta di emulazione o, almeno, di imitazione. In soldoni: se io mi comporto correttamente con l’altro, questi non potrà non accorgersene e avvertire l’opportunità di essere a sua volta corretto. Se così non dovesse accadere, e troppo spesso non accade, significherebbe che l’altro è in mala fede, cerca di profittare di me e della mia disponibilità. Vedrò, allora, cosa sarà meglio fare. Con una sola limitazione: l’uso della violenza, sempre manifestazione di brutalità cieca[13], anche se dovesse apparire il solo mezzo efficace per raggiungere l’obiettivo. Naturalmente, esiste il rischio concreto che l’educazione, la comprensione, la cortesia, l’onestà, l’etica tutta venga scambiata per debolezza e venga in qualche modo strumentalizzata dall’altro per il raggiungimento dei propri obiettivi. Tutti noi abbiamo avuto prova di questo, e tutti noi in un qualsiasi momento della nostra vita siamo stati sconfitti dalla ineducazione, dall’integralismo cieco, dalla scortesia, dalla disonestà. Ma abbiamo perso una battaglia, non la guerra. La guerra sarà vinta. Anche quella contro il terrorismo. Il problema è di strategia e di modi.

3. Una possibile conclusione
E siamo di nuovo al terrorismo, per una ultima annotazione. La pianificazione di marketing in atto per la lotta al terrorismo a mio parere non ha alcuna possibilità di successo, neppure quella di limitare i danni. Ed è comunque antieconomica. Genera, a livello sociale e generale, perdite, non profitti. E poiché non posso pensare che i responsabili della politica mondiale siano tutti stupidi e inefficienti, devo ritenere che questa pianificazione di gestione risponda consapevolmente ad un obiettivo diverso da quello della lotta al terrorismo e giovi ad interessi diversi da quelli della pace nel mondo. E non posso impedirmi dal pensare agli interessi degli imprenditori fornitori di armi così ai terroristi come agli Stati che ne sono vittime; e quindi alla attività di lobby se non al diretto coinvolgimento dei politici; ed a tutto un indotto che investe, a titolo di ricostruzione, anche, o di soccorso, settori non trascurabili della economia. Ma neppure posso impedirmi dal dubitare fortemente che gli interessi dei così detti terroristi abbiano quella valenza sociale e generale che essi vogliono accreditare presso l’opinione pubblica. Non potrebbe – l’integralismo religioso, così come l’amor di patria – essere cavalcato da personaggi che hanno come primo obiettivo quello di divenire i nuovi padroni del vecchio sistema? Con un dubbio ulteriore: non si tratterebbe, comunque, della dimostrazione ulteriore che dobbiamo, noi, operare sul sistema attuale per migliorarlo, renderlo coerente con valori oggettivi che tutti conosciamo, ma che debbono essere tradotti in fatti operativi? Anche per noi stessi, non soltanto per gli altri. E in questo la formazione, a tutti i livelli, è al primo posto. In assoluto. E, prima tra le prime, la formazione dei giovani, referenti tradizionali della realtà di oggi così come di ogni e qualsiasi cambiamento, di ogni e qualsiasi pianificazione della realtà futura. E, a proposito della formazione, va da sé che esiste (o dovrebbe esistere) un preciso riferimento etico per i formatori e per le strutture di formazione, e dunque una responsabilità etica dei formatori[14]. A questo proposito, mi piace concludere con la citazione di una pagina di Adriano De Maio[15], già rettore del Politecnico di Milano : “Passando a occuparci di questa stravagante organizzazione che produce il futuro, l’università, io penso che si presti scarsa attenzione alla formazione perché non si intuisce che cos’è il vero prodotto: ma il prodotto è il futuro, sia che lo si guardi dal punto di vista della formazione, sia da quello della ricerca e della innovazione. Anche qui si presentano una serie di problemi, di questioni preliminari su che cosa significhi formare. A questo proposito, tutta la difficoltà della funzione pedagogica si può esprimere secondo questo adagio: “nella vita ci sono due modelli di riferimento per il proprio comportamento individuale, si può fungere da monito oppure si può fare da esempio. E’ difficile giocare entrambi i ruoli, molto spesso si sceglie il ruolo decisamente più facile del monito.” La formazione è, fondamentalmente, nella maggior parte dei casi, un monito, poche volte riesce a raggiungere lo status di esempio. E’ inutile pretendere la formazione di cittadini quando, viceversa, si elimina il concetto di responsabilità dalla formazione scolastica. Di fatto nel nostro sistema educativo, nella scuola dell’obbligo, si è eliminato il concetto di responsabilità, allora: come è possibile formare? (.....) Forse non è noto ai più, ma al Politecnico di Milano, al momento della consegna della laurea, si recita una sorta di “giuramento di Ippocrate” per ingegneri e architetti, una professione pubblica di deontologia professionale in cui si promette solennemente che nelle proprie valutazioni, opere, futuro impegno professionale, non si soggiacerà a nessun tipo di pressioni, avendo come unico giudice il proprio convincimento interiore: può sembrare ipocrita, ma mi sembra un gesto importante, un estremo gesto pedagogico proprio nel momento simbolico del commiato dal mondo universitario, e sulla soglia del mondo professionale. Un requisito essenziale per l’etica è certamente quello di assumere una maggiore visibilità e rilevanza all’interno sia della formazione sia della pratica di vita dell’uomo economico. Occorre comprendere che il valore dell’etica economica si misura sul grado della effettiva emancipazione della morale da una regione troppo intimista, relegata in un registro mutevole, come umori soggettivi, individuali: se siamo convinti che questa qualità di civiltà e di rispetto delle regole condivisibili sia giusta, allora dobbiamo essere conseguenti. Dobbiamo cioè imporre delle norme di comportamento più rigide, effettive, altrimenti tutto si risolve in una boutade, o, al più, in un luogo comune.”


[1] Cito testualmente: “Un gioco è una serie progressiva di transazioni ulteriori complementari rivolto ad un risultato ben definito e prevedibile. Si può descrivere come un insieme ricorrente di transazioni, spesso monotone, superficialmente plausibili, con una motivazione nascosta; o, più semplicemente, come un insieme di mosse insidiose, truccate. Si differenzia chiaramente da procedure, rituali e passatempi soprattutto per due caratteristiche: 1) la sua qualità ulteriore e 2) il pagamento. Le procedure possono essere felici, i rituali efficaci, i passatempi vantaggiosi: ma sono tutti per definizione disinteressati; possono comportare contestazioni ma non conflitti e la conclusione può essere sensazionale ma mai drammatica. Il gioco invece è fondamentalmente sleale, e la conclusione ha un elemento drammatico e non semplicemente emozionante. (.......) Per quanto riguarda le transazioni angolari – i giochi deliberatamente costruiti con professionale meticolosità sotto il controllo dell’Adulto in modo da assicurare il massimo utile – le grandi truffe e i grossi colpi finanziari che caratterizzarono i primi anni di questo secolo sono difficilmente superabili per la scrupolosa cura della preparazione e per il virtuosismo psicologico. (......) Non bisogna fraintendere il termine “gioco” (che) non implica necessariamente un divertimento. (.......) La stessa cosa vale per il verbo “giocare”, come ha imparato a sue spese chi ha “giocato” forte a poker o in borsa. L’antropologo sa quanto possono essere seri, addirittura gravi le conseguenze di certi giochi. Il gioco più complesso di tutti i tempi, il “Cortigiano” così ben descritto da Stendhal nella Certosa di Parma , era mortalmente serio. Il più sinistro di tutti, ovviamente, è “la guerra.” Eric Berne, A che gioco giochiamo, pag.55 e segg. Bompiani, seconda edizione dei Saggi, Milano 1981.
[2] La globalizzazione è un fenomeno al quale bisognerebbe guardare con molta maggiore logica di quanto non appaia accadere al momento. La mia sensazione è che gran parte della drammatizzazione del fenomeno sia dovuta proprio alla circostanza che non si pensa con il necessario approfondimento a cosa esso effettivamente rappresenta ed a cosa rappresenterà nel futuro. Per esempio, tutti sembrano pensare che “globalizzazione” sia sinonimo di “appiattimento culturale” e di “annientamento dei più deboli”. Non è così. E’ sempre possibile che questo accada, ma a mio parere la contestualità della comunicazione (la comunicazione in tempo reale) – e quindi della informazione e della persuasione – può anche essere considerata come una opportunità per la affermazione, per esempio, di tutte quelle piccole e medie imprese che sapranno meglio rispondere alle istanze di “affermazione individuale”, e che quindi non sono affatto destinate a sparire; e, anche, di quella cultura che, nell’ambito di un più vasto movimento di unificazione- e quindi di modifica contestuale di tutte e di ciascuna cultura - tenderà a conservare le caratteristiche della cultura originaria, tramandandone i valori. Che è una delle funzioni della storia in risposta ad una tra le più nobili pulsioni della società: la conoscenza e la valorizzazione non competitiva delle proprie radici.
[3] L’immagine è anche definibile come “il modo con il quale è vissuto un Paese, un individuo, un prodotto o un’altra qualsiasi cosa da parte del soggetto che con questo sono in qualche modo in rapporto.” Ed è in gran parte l’immagine a determinare il modo di porsi di ciascuno di noi di fronte all’altro. E dunque anche di ciascun Paese nei confronti di un altro Paese, di un fedele di una religione nei confronti dei seguaci di un’altra diversa religione. E l’immagine è un prodotto il cui scambio va gestito con il massimo della professionalità. Vedasi in proposito il mio Il marketing e la comunicazione nel terzo millennio, Franco Angeli, Milano, 2002 14a edizione, pagg. 246 e segg.. Quanto nel saggio citato viene riferito alla impresa è esattamente trasferibile sul piano della politica, della gestione degli Stati, della attività di qualsiasi struttura, sotto qualsiasi cielo in qualsiasi momento.
[4] Da ormai quasi quaranta anni m i batto perché si comprenda che il marketing è “la gestione delle transazioni, di tutte le transazioni, di tutti gli scambi”, quale che sia la natura di essi, del prodotto che ne è oggetto, del luogo nel quale avvengono, del tempo, dei soggetti che partecipano, protagonisti o antagonisti. (Il marketing e la Comunicazione...., cit., pagg. 45 e segg.). Purtroppo, ancora oggi c’è chi ritiene che il marketing sia costituito solo dalla pubblicità, dalle ricerche di mercato e dalle attività promozionali.
[5] Ricostruire il “prodotto immagine” è un’operazione di una difficoltà assoluta e dai costi elevatissimi. Una buona ragione perché si stia tutti e sempre particolarmente attenti, dal momento che l’immagine si deteriora con facilità estrema (di solito), e una “cattiva immagine” oppure una “immagine non in linea con i nostri obiettivi” rendono questi irraggiungibili e la gestione degli scambi, se non disastrosa, certo non in linea con le utilità sperate.
[6] Ogni prodotto, bene o servizio che sia, ha sul “mercato” di riferimento un suo ciclo di vita, espresso dalla curva di Gauss. Il prodotto viene ideato, nasce sul mercato (luogo dello scambio), cresce, raggiunge la maturità, arriva alla vecchiaia e, infine, si avvia verso una morte (uscita dal mercato) più o meno rapida e più o meno dolorosa. Perché tutto questo, che si assume ovvio per i beni soggetti a scambio di tipo economico (in buona misura, la vendita) non dovrebbe essere altrettanto vero ed ovvio per qualsiasi altro prodotto, oggetto di qualsiasi altro scambio? Non dimentichiamo mai che la vendita è una delle categorie dello scambio, ne fa parte e si distingue dagli altri tipi di scambio per essere di tipo economicamente valutabile e per la sua “causa” propria ,costituita dallo scambio della cosa contro prezzo. Sulla teoria dello scambio vedasi, per la impostazione teorica, il mio Marketing e comunicazione nel terzo millennio, FrancoAngeli, Milano, 2002 e, per i risvolti operativi più specifici, il mio Product Management, FrancoAngeli, Milano, 2001
[7] Mi pare che la storia, che nulla mai ha insegnato, abbia però segnalato che le dittature, i governi forti, in genere sono guidati direttamente o fortemente condizionati da militari. Ora, i militari, sopra tutto se bravi e sopra tutto se di carriera, sono condizionati da una formazione senza la quale le “forze armate” non potrebbero essere garanzia di difesa e, se del caso, di offesa. Questo tipo di formazione, impartita nelle accademie militari e capillarizzata attraverso le caserme ed i caporali di giornata, il più delle volte fa a pugni con ogni e qualsiasi capacità di ragionamento, di disegno delle alternative, di individuazione degli obiettivi diversi possibili, orientata come è alla strategia ed alla tattica in vista dell’obiettivo finale: la vittoria e la sottomissione del “nemico”. Dare la parola alle armi significa rinunziare ad ogni altro tipo di ragionamento e di comunicazione. E se non si è capaci di comunicare in altro modo, è la sola possibilità, il solo orizzonte. I militari hanno, in genere, un solo orizzonte. La politica – gestione della cosa pubblica – di orizzonti dovrebbe averne un numero infinito e, tra questi, dovrebbe avere la capacità di scegliere il migliore e di renderlo raggiungibile. Oltre a ciò, ed a quanto sul piano concreto ne segue, una annotazione meno drammatica, ma non meno vera: avete mai notato come la divisa in sé abbia un potere immenso su chi la indossa? Lo trasforma immediatamente in un “detentore di un potere che va esercitato attraverso la imposizione”. E via dicendo, fino alla moltiplicazione dei simboli del potere stesso, spesso vicini alla stupidità e al ridicolo: il passo di parata è uno di questi..
[8] E’, questo, uno dei drammi della attività di consulenza. Il consulente, professionista singolo oppure organo di una struttura complessa che sia, si trova troppo spesso (quasi sempre) di fronte ad un dilemma: scegliere tra un comportamento oggettivamente etico e dunque trovarsi su di un versante diverso da quello occupato dal cliente, oppure "giocare” con quest'ultimo. Nel primo caso, difficilmente egli riuscirà a conservarsi il lavoro, per cui la seconda scelta – attaccare il cavallo dove vuole il padrone- è quasi obbligata. Penso che più di un collega consulente possa suffragare questa affermazione. Io personalmente ricordo con particolare raccapriccio la affermazione – messa per scritto – del responsabile di una struttura particolarmente votata alla tutela dell’etica (perché nata per questo) secondo la quale (affermazione) “il consulente cui vengono affidati compiti di controllo amministrativo deve controllare soltanto quello che gli indica il responsabile ed attivarsi soltanto in quella direzione”. Solo per inciso: l’autore della lettera si pone come inflessibile giudice dei comportamenti etici degli operatori del sistema di riferimento. E, sempre solo per inciso, il mio rifiuto ha prodotto l’ovvio risultato. Per non parlare, poi, dell’etica secondo i dirigenti degli enti e delle strutture pubbliche.
[9] “Negli Stati Uniti un manager è disposto ad andare in missione all’estero sulla base di una serie di incentivi, di fringe benefit che un manager giapponese non si sognerebbe di chiedere. Mentre il manager anglosassone è ispirato da un atteggiamento individualistico, frutto di un’etica calvinista esasperata, con una spiccata propensione per il “Self”, l’ego competitivo, nel sistema del Levante il connotato prevalente è quello del gruppo, collaborativo e corporativo.”Edward Luttwak, Etica oggettiva? In Etica e Impresa, a cura di Ivan Rizzi, I quaderni di Banca Europa, 2002 Stampa Inedita, Milano
[10] “ I segni della immoralità, della corruzione, non sono troppo difficili da riconoscere: in una azienda dove il proprietario non paga le tasse, perché fa il furbo, si fa fotografare su yacht circondato da scontati simboli dell’opulenza, non ci si può nascondere dietro un “non sapevo”; pensiamo agli uffici acquisti delle aziende, è notorio come capiti molto spesso, troppo spesso, che chi vi si trovi a lavorare per qualche misteriosa circostanza arricchisca improvvisamente sostenendo un tenore di vita inconciliabile con la sua funzione. Però, si può decidere di vivere una vita aziendale più etica, di seguire un tenore di vita più sobrio, rispettando regole non solamente giuridiche, ma di decenza, in alternativa ad un’economia che riduce i rapporti umani al potere, ai soldi, che offre un’immagine banale di sé.” Luttwak ,cit., ivi Aggiungo: tra i segni della immoralità, il nepotismo e il ripagare con le risorse della struttura (stipendi, straordinari, premi, avanzamenti di carriera) favori sollecitati e ricevuti, di qualsiasi tipo. E ancora – e concludo – il contrario: la punizione inflitta per il rifiuto alla connivenza.
[11] “La politica non si fa in piazza, bensì nei luoghi deputati e non bisogna cedere alla “piazza”; il governo eletto deve esser lasciato governare........” sono più o meno le affermazioni, non nuove, riprese dal Presidente del Senato in occasione del meeting di Comunione e Liberazione a Rimini, il 18 agosto ’02. Queste argomentazioni – e quelle simili – hanno solo una parvenza di logica. La sovranità è del popolo, lo dice la nostra costituzione; la piazza è un “luogo di comunicazione” ; il nostro è un Paese (si dice) libero e democratico; al popolo bisogna riconoscere la qualità di “organo” della Stato. (Vedasi il mio “nonostante, si può fare: proposte per tentare il marketing della politica. Viennepierre, Milano, 1993). Il popolo ha tutto il diritto di riunirsi in piazza e di manifestare. Che significa “comunicare” e inviare messaggi più o meno chiari a coloro che, in Parlamento, concretano i fatti di gestione della cosa pubblica. E in un mondo competitivo quale è quello in cui viviamo, diviene meno influente di quanto non possa a prima vista apparire anche la circostanza, reale, della sempre possibile e quasi sempre presente manovra” della massa da parte di alcuni gruppi interessati. Il problema è ancora una volta di natura etica (etica del comportamento delle masse e di coloro che se ne servono). Ad esso, si affianca un problema di efficienza ed efficacia della “comunicazione di piazza”. Ma tutto questo non significa affatto che in piazza il popolo non possa fare politica e neppure che la politica sia confinata nei palazzi del potere.
[12] In Italia, le ferie sembrano essere un valore assoluto, di fronte alla affermazione ed alla tutela del quale tutto passa in seconda linea. Persino l’amministrazione della giustizia e il rispetto della libertà e dei diritti dell’uomo. E’ il caso, scoppiato nella imminenza del ferragosto, del giornalista Stefano Surace, settantenne, in carcere da alcuni mesi per diffamazioni a mezzo stampa commesse più di trenta anni orsono, arrestato il 24 dicembre 2001 per scontare una pena definitiva a due anni sei mesi e dodici giorni di reclusione (fonte: Corriere della Sera , 14 agosto 2002) e per il quale la difesa ha chiesto la scarcerazione e il giornalista la detenzione domiciliare per motivi di salute. Il Tribunale di Napoli ha opposto la chiusura per ferie e quindi se ne sarebbe riparlato – forse – in questi giorni di settembre. I giudici avrebbero affermato il proprio diritto al riposo annuale; il giornalista avrebbe trascorso all’ombra riposante di una cella questi giorni dal tempo insicuro e problematico. Le cose pare abbiano preso una piega diversa a seguito del passaggio della competenza da Napoli a Milano e del trasferimento di Surace dal carcere di Ariano Irpino a quello di Opera. Può, quindi, essere accaduto che.... Non lo so. So soltanto che i due fatti –attesa a settembre per la risposta agli Stati Uniti e la stessa cosa per la istanza di scarcerazione per il giornalista – hanno certamente in comune almeno questo: la cultura dell’egoismo personale, della assenza di solidarietà, dello spirito di servizio. Almeno da parte di alcuni qui da noi in Italia, patria del diritto e culla della civiltà.
[13] Non illudiamoci: nelle azioni terroristiche, come nella attività di guerra dichiarata ed in quelle di guerra non dichiarata, il punto è che non esiste limite alla brutalità. Se la differenza tra guerra e terrorismo è che nella prima esistono delle regole (si dice); e se la mancata osservanza di queste regole concorre a trasformare la prima nel secondo, ebbene: il “diritto di guerra” è un (lodevole, forse) tentativo per rendere meno stupidamente violenti i comportamenti dei belligeranti, ma rimane, appunto, un tentativo. Quando è in gioco la vittoria finale, tutti i trucchi e le azioni, anche le più esecrande, vanno bene. Purché si vinca. Perché a quel punto – in caso di vittoria – il vincitore forgia il proprio sistema giuridico e ciò che sarebbe stato immorale ed esecrando diviene lecito ed eroico ed ammirevole e da premiare. E viceversa: in caso di sconfitta.......
[14] Attenzione: anche per le strutture formative, così come per le imprese e per il comportamento etico dei manager, esistono segni facilmente riconoscibili. Tra questi, l’assegnazione degli insegnamenti a persone che non si sono mai o quasi mai occupati della materia e che, comunque, non lo hanno fatto con la profondità necessaria per l’insegnamento all’università. Esistono decine di “professori” che, avendo poche idee e confuse della materia che insegnano, ricorrono a sotterfugi, i più diversi, pur di galleggiare. E l’hanno ottenuto, l’insegnamento, o in virtù di un privilegio – l’essere in qualche modo organici alla università, pur in settori diversi dalla materia specifica – oppure per aver navigato nel mondo sopra tutto del pubblico raggiungendo una certa notorietà o, più semplicemente, per banalissimo nepotismo. E il bello (il tragico) è che costoro, subito indossata la divisa del potere, dimentichi così della propria ignoranza come del titolo di studio (quando c’è) ottenuto con sotterfugi vari (dalla tessera di partito alla raccomandazione al pagamento) divengono esigentissimi torturatori di allievi innocenti, come se non bastassero i danni inferti a questi attraverso una formazione quanto meno discutibile.
[15] A. De Maio, Pedagogia dell’etica, in Etica e Impresa, cit.